Francavilla Marittima, comune dell'alto ionio calabrese ai piedi del Parco Nazionale del Pollino, sito archeologico della civiltà degli Enotri
          Comune di Francavilla Marittima (Cosenza) Italy

 
Cenni storici   Note turistiche  Cartografia

Articoli su Francavilla Marittima (storia e archeologia)

L’IDENTITA’ DI FRANCAVILLA MARITTIMA Tra la memoria dei vicoli e la sacralità dell’acqua a cura della d.ssa Rossana Lucente

Note storiche su Francavilla Marittima di Giuseppe Altieri   Francavilla Marittima al Museo di Sibari
Perché il sito di Francavilla è l'antica Lagaria di P. Altieri   Breve cronologia degli scavi
Un quartiere di Lagaria: l'altopiano I   Timpone della Motta (il sito di Lagaria)
La necropoli di Macchiabate   Omero a Francavilla Marittima di Giorgia Gargano
Un ragionamento sul Parco Archeologico di Francavilla di P. Altieri   Tornano alla luce case e templi di Lagaria di Mariella Sangineto
Intervista di Mario De Gaudio all'archeologa M. Maaskant   Forse svelato il mistero di Lagaria di Franco Liguori
Gli interventi sull'area archeologica    

Cenni storici: Il comune di Francavilla Marittima ha origini remote. In località Timpone della Motta, (uno dei siti archeologici più significativi dell'alto Jonio che testimoniano che la città risale all'VIII sec.a.C. Si ritiene che oltre alla frequenza indigena del sito, successivamente si è aggiunta quella degli Achei che fondarono Sibari.), reperti archeologici fanno supporre che vi fosse ubicata l'antica Lagaria, citata da Strabone e fondata da Epeo, costruttore del cavallo di Troia.
I ritrovamenti della necropoli di Macchiabate hanno portato alla luce ricchissimi corredi tombali che, insieme ai reperti di Timpone della Motta, si trovano al Museo di Sibari.
Gli storici fanno risalire la fondazione di Francavilla ai feudatari Sanseverino (l'impianto dell'odierno centro abitato pare risalga al XVI sec.), principi di Bisignano, ai quali appartenne prima di passare ai Serra, Duca di Cassano, che la tennero fino al 1806.
Nel 1805 la miracolosa apparizione della Madonna degli  Infermi riunirà il popolo di Francavilla in un'unica devozione. Successivamente divenne una zona prettamente agricola e soltanto nel 1911 Francavilla divenne Comune e nello stesso anno si ebbe il primo insediamento industriale con una fabbrica di legname. Il centri si è denominato Francavilla fino al R.D. del 4 gennaio 1863 n.1196.
• Zona archeologica "Timpone della Motta". Gli insediamenti sono documentati dal bronzo recente al periodo del bronzo finale (XIII-X sec. a. C.).
In contrada Macchiabate è avvenuto un ritrovamento di 70 tombe appartenenti ad una necropoli risalente al VIII sec. a. C.
PATRIMONIO ARCHITETTONICO
• Chiesa della Madonna degli Infermi.
• Chiesa della Madonna del Carmine.
• Chiesa Madre.
• Cappella di S. Lucia.
• Cappella S. Emiddio.
• Palazzo Rovitti.
• Palazzo De Santis.
• Palazzo Rizzi.
• Palazzo Montilli.

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Note turistiche: Francavilla Marittima è base per passeggiate ed escursioni sul Pollino. Per informazioni rivolgersi a Pietro Di Vincenzi presso la Pro-Loco (Tel. 994289). Passeggiate al bosco di Cernastasi, con annessa area attrezzata per ristoro e svago, dove in alcuni periodi dell'anno si può intravedere tra gli alberi il gheppio, un falchetto abbastanza raro. In agosto, in occasione dei festeggiamenti della Madonna degli Infermi, si svolge la caratteristica sagra dei firzuoli (pasta fatta in casa) e il 17 agosto la sagra della stigliola. Il 1° e il 13 dicembre, in occasione della festa di S. Lucia, si tiene una grande fiera. Si possono acquistare vini, dolci tipici, frutta secca. E' presente l'artigianato del ferro battuto.

Cartografia:Istituto geografico militare (IGM), carta d'Italia 1:25.000 (ultimo aggiornamento 1958), foglio 221, quadrante I, tavolette: SO Frascineto, SE Cerchiara di Calabria; quadrante II, tavoletta NE Francavilla Marittima.

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Articoli su Francavilla Marittima (storia e archeologia)

Note storiche su Francavilla Marittima di Giuseppe Altieri

Francavilla Marittima venne fatta edificare nel XVI sec., dai Principi Sanseverino di Bisignano feudatari di Cassano.
"L’esistenza del tenimento di Francavilla si desume da un diploma del febbraio 1169, con il quale il Re Guglielmo II
confermò al monastero cistercense della Sambucina di Luzzi il possesso della terra di “Divisa”, che si trovava  fra il territorio di Cassano e quello di Cerchiara. L’identificazione della terra di Divisa con quella di Francavilla è stata fatta nel XIII con una annotazione al margine sinistro del diploma così scritta “privilegium de tenimento Francavillae”. Questo tenimento già noto è attribuito, al monastero di S. Maria della Mattina, presso San Marco Argentano, come risulta dalla bolla di Bonifacio IX scritta il 23/09/1402.
La decisione della famiglia Sanseverino, quindi non fu altro che un ripopolamento del tenimento già esistente e il suo riconoscimento giuridico".1
Nel Medioevo, la Diocesi di Cassano era formata da paesi e casali. Cassano con i suoi casali includeva anche Francavilla, ricorre per  qualche secolo nella toponomastica un arciprete di Castrovillari che successivamente compare anche in alcune persone.
Alla fine del Medioevo compare un arciprete nella persona di Ambrogio Reale a Francavilla che è teste in un atto del 1505. In tale secolo fu eretta la Parrocchia della S.S. Annunziata il cui Parroco era proprio Ambrogio Reale.
Il luogo di Culto esisteva già da parecchi anni divenne Parrocchia proprio con la nomina di Ambrogio Reale nel 1505. Fino al 1402 Francavilla apparteneva a S. Maria della mattina e dal 1402 al 1571 a quello di Cassano, acquistando la propria autonomia nel decennio Francese.
Gli abitanti alla fine del diciassettesimo secolo erano 200 con quattro preti e un diacono e fino al 10 febbraio 1910 Francavilla aveva un Vicariato nel casale di Lauropoli, quello di S. Maria della Purificazione. Francavilla ha nella Chiesa dell’Annunziata la chiesa madre, all’interno nella parte destra della navata centrale si trova un Altare ligneo della Madonna del Rosario, databile intorno al 1780 di notevole valore artistico con lavorazioni ad incisione ed intaglio.
Nella parete dietro all’altare si conserva un affresco dedicato alla Chiesa dell’Annunziata di pregevole fattura che
rappresenta l’Annunciazione del Signore, con tecnica ( ad affresco) databile intorno al 1770 di Autore ignoto, probabilmente di scuola napoletana molto fiorente in quel periodo nel territorio, del resto gli esempi di scuola napoletana si hanno in altre chiese del circondano, (vedi Cerchiara, Castrovillari, Rossano, ecc..). Un altro esempio artistico di valore - il ciborio in legno che pare sia lo stesso di quello che si trova nella chiesa madre di Villapiana. Il Paladino avendo eseguito dei lavori di restauro, anni fa, in quello di Villapiana sostiene che quello
custodito nella chiesa madre di Francavilla sia stato offerto dai Villapianesi nel 1910 ai Francavillesi in segno di amicizia tra i due popoli. La datazione incerta, approssimativamente sempre secondo il Paladino può essere databile intorno al 1870 - 1880.
Altro esempio di opera importante sempre all’interno della chiesa madre la statua lignea del Crocifisso, non meno importante rispetto alle altre opere, databile intorno al 1810 di autore ignoto.2
Nel 1805 la miracolosa apparizione della Madonna degli Infermi riunirà il popolo di Francavilla in un'unica devozione.
Successivamente divenne una zona prettamente agricola e soltanto nel 1911 si ebbe il primo insediamento industriale con una fabbrica di legname. Il centro si è denominato Francavilla fino al R.D. del 4 gennaio 1863 n.1196.

       

Note:
1 Don Vincenzo BARONE “CERCHIARA DI CALABRIA”
2 Ricerca sulle origini di Francavilla di Giovanni RICCARDI

N.B. Le foto di questo articolo sono tratte dal CD ROM “FRANCAVILLA MARITTIMA” realizzato cura dell’amministrazione Comunale di Francavilla Marittima con il  patrocinio della Comunità Montana Alto Ionio di Trebisacce.

 

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Dal periodico di informazione e cultura di Cariati e della Sibaritide Il Ponte articoloco di Franco Liguori
Francavilla Marittima al Museo di Sibari

"Sibari è una patria universale, una leggenda mondiale, un bene dell'umanità intera": così ha dichiarato il sottosegretario ai Beni culturali Vittorio Sgarbi nel corso del convegno e della cerimonia di presentazione svoltisi il 13 novembre 2001 nella sede del Museo di Sibari, per la restituzione di cinquemila reperti trafugati dal sito archeologico di Timpone della Motta, in territorio comunale di Francavilla Marittima, a metà degli anni settanta e chissà come finiti nelle vetrine del "J.P.Getty Museum" di Malibù e dell’Istituto di Archeologia Classica dell'Università di Berna (Svizzera). Con Sgarbi, c'erano il soprinten- dente-archeologo della Calabria Elena Lattanzi, la direttrice del Museo della Sibaritide Silvana Luppino, il soprintendente-archeologo degli scavi di Pompei Pier Giovanni Guzzo, il generale dell'Arma dei Carabinieri Roberto Conforti, responsabile della tutela del patrimonio culturale. E, inoltre, il prof. John Papadopulos, del Museo J.P. Getty di Malibu e il prof. Dietrich Willer, direttore dell'Istituto di Archeologia Classica dell'Università di Berna. Numeroso e qualificato il pubblico degli invitati all'importante cerimonia: studiosi, uomini di cultura, politici, amministratori del territorio della Sibaritide. Come è stato giustamente rilevato in tutti gli interventi dei vari relatori, da Vittorio Sgarbi a Pier Giovanni Guzzo, da Elena Lattanzi a Dietrich Willer, quella del 13 novembre 2001 è stata per la Calabria e per il Museo della Sibaritide una giornata storica e indimenticabile, perché ha visto il ritorno nella loro sede naturale di una vasta quantità di preziosi reperti provenienti da uno dei siti più importanti e più fertili di ritrovamenti di tutta la regione, quello di Francavilla Marittima, nel cui territorio fiorì una delle 25 "poleis" assoggettate da Sibari, di cui parla Strabene. Dell'antico insediamento, tra gli ulivi e i cespugli, sono state rimesse in luce le fondazioni di edifici a pianta rettangolare, costruiti con blocchi di pietra. Sull'acropoli (Timpone della Motta) sono affiorati i resti di un grande santuario dedicato ad Athena, le cui testimonianze vanno dal VII al IV secolo a.C. Il santuario di questa divinità, nel quale convenivano sia gli abitanti della non lontana Sibari, sia gli indigeni che ancora abitavano tutt’intorno, non fu istituito "ex novo". La collina della Motta era stata, infatti, sede di un importante centro abitato da Enotri, fin dall’età del Bronzo (Il millennio a.C.). Numerosi sono i depositi votivi dell'area che hanno restituito materiali compresi tra il 730 e il IV sec. a.C.: terrecotte votive, metalli,oggetti d'ornamento e un'enorme quantità di ceramica, d'importazione e locale. Vale la pena ricordare che quando fu istituito il Museo della Sibaritide, nel 1969, il materiale esposto nelle vetrine del piccolo edificio del Consorzio di bonifica, adibito a sede provvisoria del Museo stesso, era costituito in prevalenza dai reperti provenienti da Francavilla Marittima, più precisamente dai siti di T'impone della Motta e Macchiabate. Quei materiali, dal 1996, hanno trovato più decorosa sistemazione nel nuovo museo di Sibari, che custodisce oggi numerosi altri reperti di varie epoche, provenienti sia dagli scavi di Sybaris-Thurii-Copia, sia da tanti altri siti della "chora" sibarita. Ma i reperti del Timpone della Motta custoditi dal Museo di Sibari fin dal 1969, non sono gli unici ad essere stati trovati in quell'importante località archeologica. Molti altri reperti, non meno importanti furono portati alla luce, negli anni settanta, in q[ueì sito, non però in seguito a regolari campagne di scavo controllate dalla Soprintendenza archeologica regionale, ma in conseguenza di vere e proprie "devastazioni" operate clandestinamente da "tombaroli" senza scrupoli, che hanno venduto illecitamente i preziosi materiali trafugati a Francavilla a collezionisti privati o a importanti istituzioni museali straniere come l'Istituto di Archeologia Classica di Berna o il "J.P. Getty Museum" di Malibu (California), sottraendoli in tal modo al territorio in cui erano stati prodotti e al quale appartenevano (la Sibaritide), al Museo che documenta la storia di questo territorio (il Museo Archeologico Nazionale della Sibaritide) e, soprattutto alla fruizione delle popolazioni locali e elle miglia di turisti, italiani e stranieri, che ogni anno si riversano nella nostra regione, richiamati dal mito e dal fascino della civiltà magnogreca.

Come si diceva sopra, ad accaparrarsi i preziosi materiali scavati clandestinamente sul Timpone della Motta di Francavilla, furono, tra la metà degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, l'Istituto Archeologico dell'Università di Berna, il Museo Paul Getty di Malibu e il "Ny Carlsberg  Glyptothek" di Copenaghen. Al momento dell'acquisizione, naturalmente, non si conosceva la provenienza degli oggetti, anche se la tipologia dei reperti (ceramica, terracotta, bronzi), lasciava facilmente intuire che essi erano pertinenti ad un santuario arcaico della Magna Grecia. Solo a partire dai primi anni novanta, però, in seguito all'attenzione richiamata su questi reperti da alcuni studiosi, si è iniziato a ipotizzare che tali materiali archeologici provenissero dall'area sacra del santuario di Athena sul Timpone della Motta (Francavilla M.ma).
Fu così che nel 1995 il nostro Ministero dei Beni culturali si è fatto promotore della costituzione di un gruppo internazionale di lavoro al quale fu affidato il compito di condurre uno studio comparato dei reperti conservati al Museo Paul Getty di Malibu, all'Istituto di Archeologia Classica di Berna e al Museo della Sibaritide.

Foto sulla destra: Aryballoi con l'immagine della Chimera Scavi di Francavilla Marittima, 2005

 Dopo sei anni di approfondite ricerche, alle quali hanno collaborato qualificati studio Motta. In seguito a questa acquisita certezza, il Museo Paul Getty di Malibu e l'Istituto di Archeologia Classica di Berna, hanno deciso di restituire all'Italia i reperti in questione (ben cinquemila) che il 24 luglio 2001 sono stati ufficialmente affidati in custodia al Museo Archeologico della Sibaritide. Iniziativa, questa, veramente rara e degna della massima lode, che è stata unanimemente apprezzata ed elogiata nel corso della manifestazione del 13 novembre u.s. dal sottosegretario Sgarbi, dagli studiosi, dai politici e dai soprintendenti alla tutela e alla salvaguardia del nostro ricco patrimonio archeologico. Con i reperti più belli dei cinquemila pezzi restituiti è stata allestita in una sala del Museo di Sibari una ricca Mostra dal titolo: Offerte alla dea di Francavilla Marittima da Berna e da Malibu . Sono reperti che coprono un arco cronologico compreso tra la fine delI'VIII secolo (coppe di tipo Thapsos) e la seconda metà del VI sec. a.C. (ceramica attica a figure nere). Prevalgono i prodotti corinzi: vasi per bere (coppe) e vasi connessi alla sfera femminile (pissidi), ma anche vasi per versare ("lekythoi" coniche e "oinochoai" a fondo largo) e piccoli contenitori per olii e unguenti profumati ("aryballoi" e "alabastra"). Non mancano i frammenti di ceramica di produzione indigena enotria. Di particolare rilievo sono due frammenti di figura femminile stante, attribuibili al tipo della cosiddetta "Dama Ji Sibari, e una statuetta di divinità femminile - probabilmente Athena - seduta all’interno di un tempietto, proveniente da una collezione privata svizzera.

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PERCHE’ IL SITO DI FRANCAVILLA E’ L’ANTICA LAGARIA
Le ragioni della Prof.ssa Marianne Kleibrink di Pino Altieri

 

  Nella IIa Giornata d’Archeologia Francavillese è stato presentato il volume della Prof.ssa Marianne Kleibrink:DALLA LANA ALL’ACQUA - Culto e identità a Lagaria, con cui per la prima volta dopo un decennio di intenso lavoro, l’archeologa olandese, si pronunzia sul sito di Lagaria, collocandolo a Francavilla.
Ecco in breve le sue argomentazioni:
1. I Resti dei tre monumentali templi lignei sull’Acropoli del Timpone della Molta, risalenti alla fine del secolo VIII a.C, costituiscono i più antichi templi di cui abbiamo conoscenza sul suolo d’Italia, unitamente all’unicità del sito, (solo a Macchiabate siamo in presenza di un trittico composto da villaggio, necropoli ed acropoli).

2. Il culto di Atena sul Timpone della Motta non era imperniato soltanto sulla lana e sulla tessitura, ma si esprimeva anche con l’uso cultuale dell’acqua. Lungo il perimetro di tutti i templi, ma anche del muro di difesa dell’Athenaion, si sono trovate migliaia di brocchette in miniatura (le cosiddette hydriskai), sempre accompagnate da coppette in miniatura (tra cui kanthariskoi) e coppe (coppe a filetti). Il ripetersi di tali giochi identici di doni ci rivela la natura del culto che si praticava in questo santuario: era, soprattutto, un culto incentrato sull’offerta di acqua. Tutto fa pensare che i devoti solessero venire all’Athenaion con hydriskai piene d’acqua, per versarla in onore della dea Atena. Lo facevano nella speranza di ricevere dalla dea Atena lo stesso aiuto che ella aveva prestato ad Epeios, costruttore del Cavallo di Troia.
3. Quando Paola Zancani Montuoro unitamente all’archeologa olandese M. Stoop si precipitano ad aprire la tomba di mezzo, si trovano in presenza di vari suppellettili d’uso. Hanno un soprassalto: si trovano in presenza di un’ascia e di un piccolo scalpello. Non potevano essere questi gli strumenti dell’artigiano divinizzato? Gli utensili con il quale EPEO aveva costruito il CAVALLO DI TROIA?>> Lo scalpello, trovato insieme con l’ascia da Paola Zancani Montuoro nella tomba centrale del Cerchio Reale sul Macchiabate, è certamente un esempio degli utensili che si trovano scavando in tombe speciali di uomini dell’aristocrazia enotra, l’impiego di tali utensili come doni funerari è un riferimento alle abilità degli uomini nella lavorazione del legno e del bronzo, parallelamente a come i pesi da telaio in tombe dal contenuto dovizioso in cui erano sepolte donne si riferiscono a speciali abilità muliebri nella tessitura. Il tutto può ricondursi solo alla casualità alla coincidenza, al puro caso? O non siamo in presenza di un altro elemento probatorio di una intuizione che si basa sulle conoscenze finora acquisite?
4. Le fonti letterarie:
- Le citazioni del poeta siciliota Stesicoro che racconta di Epeios come portatore d’acqua per i sovrani i greci, ci induce ad identificare il suo ruolo con quello dell’ idroforo.
- La citazione di Strabone che identifica così Lagaria: dopo Thurioi (la città che si costruì al posto di Sybaris distrutta nel 510 a.C.) abbiamo Lagaria, città fortificata fondata da Epeios. Solo il sito di Francavilla è fortificato con imponenti mura di recinzione.
- a confutazione pignola, pregnante e puntuale, delle tesi della prof.ssa francese De la Genière che colloca il sito
di Lagaria ad Amendolara, effettuata dalla prof.ssa Kleibrink, ci induce ad affermare in modo definitivo che il sito di Francavilla è l’antica Lagaria.
Se queste ragioni, tratte dal libro, DALLA LANA ALL’ACQUA - Culto e identità a Lagaria, espresse in modo schematico e sintetico, non vi dovessero convincere o se volete approfondire un argomento del dibattito storico, certamente affascinante ma che a primo acchito, sembrerebbe destinato solo agli esperti del settore, vi suggeriamo vivamente di leggere il Libro della prof.ssa M. Kleibrink vi accorgerete che l’archeologia non è sempre, argomento per pochi appassionati, bensì può essere, come in questa caso, alla portata di tutti coloro che vogliano conoscere il proprio passato ed affrontare con più fiducia e speranza il proprio futuro.

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Breve cronologia degli scavi
La prima notizia di ritrovamenti archeologici nel territorio di Francavilla si ebbe nel lontano 1879, fu il signor ispettore M. G. Gallo, che segnalò il ritrovamenti di reperti durante i lavori del terzo tronco per la costruzione della nuova strada del Pollino.
Il documento che pubblichiamo a parte, per cortesia di Ettore Angiò, oltre alla descrizione dei reperti trovati, nella parte conclusiva già ipotizza che “al credere del prefato sig. ispettore, questi avanzi appartengono a qualche tomba dell’antica città di LAGARIA”.
Nei lontani anni Trenta del Novecento sono affiorati, in varie località (Macchiabate, Timpone dei Rossi e Timpone della Motta) avanzi di una cultura indigena protostorica, rappresentati principalmente da corredi tombali, e resti notevoli di un insediamento greco-arcaico. I reperti venuti alla luce in quel periodo, quasi sempre frutto di scoperte casuali ad opera dei contadini del luogo, furono raccolti con amorevole cura, per oltre un trentennio, dal medico del paese, il dottor Agostino De Santis, appassionato ed esperto di archeologia, ispettore onorario
alle antichità, lui stesso scopritore di un’importante tomba in contrada Macchiabate, La cosiddetta "Tomba delta strada".
Nel 1961, nel corso del primo convegno di studi magnogreci a Taranto il grande archeologo Amedeo Maiuri che era venuto a conoscenza dei ritrovamenti di Francavilla e aveva fatto visita al medico-archeologo Agostino De Santis documentandosi di persona sui preziosi reperti da lui collezionati definiva Francavilla Marittima una dalle mete più urgenti della ricerca archeologica nella sibaritide per lo studio dei rapporti tra popolazioni indigene e coloni greci. Il tema di quel primo convegno tarantino era: greci e Italici in Magna Grecia.
Da allora, grazie anche alla sollecitazione del dott. Tanino De Santis, figlio di Agostino e continuatore dell’opera del genitore a favore della ricerca archeologica a Francavilla, i siti di Macchiabate e di Timpone della Motta cominciarono finalmente ad essere studiati e indagati con Figura 1 Francavilla Marittima Panorama regolari campagne di scavo.
Nel 1965 la Soprintendenza archeologica della Calabria, in collaborazione con la Società Magna Grecia (presieduta all’epoca da Umberto Zanotti Bianco intraprendeva i primi lavori di scavo a Francavilla, affidandone la direzione a Paola Zancani Montuoro.
Nel 1969, con l’inizio degli scavi di Sibari, s’interrompono bruscamente le indagini sui siti, di Francavilla e inizia un periodo di abbandono e di disinteresse per quell’area archeologica, del quale approfitteranno gli scavatori clandestini che saccheggeranno abbondantemente il Timpone della Motta e Macchiabate.
Gli scavi regolari sono ripresi a Francavilla nel 1982-83. A cura della Soprintendenza archeologica della Calabria. Sono stati studiati più approfonditamente i tre edifici religiosi scoperti sul Timpone della Motta negli anni Sessanta.
Nel 1986/87 altre indagini condotte dalla Soprintendenza Archeologica calabrese sotto la direzione della dott.sa Silvana LUPPINO, hanno messo in luce un altro deposito votivo e una quarta struttura (Edificio IV).
La Breve ripresa degli scavi da parte della soprintendenza archeologica della Calabria è servita anche a bloccare
momentaneamente il fenomeno dei tombaroli clandestini.

  Nella foto accanto studenti impegnati negli scavi.

Dal 1991 ad indagare sull’affascinante sito del Timpone della Motta è una missione dell’Università di Groningen sotto la direzione della prof.ssa Marianne Maaskant. p.a

 


  Tabella bronzea: testo
Museo Nazionale Archeologico della Sibaritide
Interpretazione del testo:
“Kleombrotos figlio di Dexilawos avendo vinto in Olimpia in gara con (atleti) pari per altezza e corporatura, dedicò (questa) edicola ad Athana, secondo il voto fatto di (offrirle) la decima dei premi (ottenuti)”.

GIOVANNI PUGLIESE CARRATELLI
Bibliografia:
ASMG n.s. VI - 1965; pagg.5-17.

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Un quartiere di Lagaria: l'altopiano I

L’altopiano dove oggi si trova il Museo di Francavilla Marittima, purtroppo è stato in parte distrutto nel 1959 durante la costruzione dell’Acquedotto dell’Eiano e poi profondamente arretrato e sconvolto. Però, le ricerche archeologiche hanno potuto individuare tre terrazze, usate in diversi modi durante i vari periodi:
1. Nel Bronzo Medio la terrazza inferiore vicino al Raganello (livellata artificialmente) era sede di capanne lunghe che circondavano uno spazio interno, usato come ‘giardino’ per coltivare grano e legumi e per tenere dentro nei tempi stagionali adatti il bestiame: vacche, suini, pecore e capre. Le ossa di cani nonchè i luoghi del BM scoperti nella zona ‘Sellaro’ indicano una transumanza di poca distanza. Probabilmente già in questo periodo fu scavata una fossa difensiva intorno al pianoro.

2. Nel Bronzo Recente e Finale le attività sulla Motta erano poche.
3. Durante il Primo Ferro (IX, VIII sec. a.C.) tutte le terrazze erano densamente occupate da capanne. Si conosce bene i resti di una delle capanne enotrie, anche se troncata dalla ‘Casa al Muro Grande’ dell’epoca coloniale. La capanna enotria aveva circa tre grandi doli per derrate e vasellame d’impasto nella cucina, nonchè ceramica dipinta in stile Geometrico enotrio per la tavola. Pesi di telaio, piccoli e più grandi – ma non pesanti come sull’Acropoli – insieme a fusaiuole indicano il lavoro delle donne di casa. La capanna non contiene ceramica dipinta bicroma, un’indicazione, insieme a due brocche d’importazione, che non soproviveva il 700 a. C.
4. Durante il VII a C. le attività erano poche o non esistenti.
5. Durante il VI secolo a. C. il pianoro fu usato per un denso programma d’edilizia, tre file di case, coprivano le tre terrazze del pianoro. Queste case erano costruite con tre vani aperti su un portico meridionale.
I resti archeologicamente rinvenuti somigliano alle case trovate a Stombi di Sibari e ad Amendolara e fanno pensare ad una dominanza di Sybaris durante il VI secolo a. C.

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TIMPONE DELLA MOTTA (IL SITO DI LAGARIA)

Sull’Acropoli di Timpone della Motta era localizzato un santuario per la Dea Atena che dominava, per la posizione geografica della collina, la centrale piana di Sibari e la vallata del Raganello. Nell’antichità lagune costiere, laghi e
paludi interni comunicavano fra Raganello, Crati e mare Ionio. Il tempio principale del santuario era quello che oggi chiamiamo Edificio III, era fiancheggiato da un tempio al lato nord e uno a sud, gli Edifici I e V. Il santuario ha avuto diverse fasi cronologiche ed è lo studio dell’Edificio V, l’ultimo scoperto e ancora in fase di scavo, che può chiarire la vita del santuario, poichè gli edifici scoperti negli anni 1963-‘69 (I, II e III) hanno una stratigrafia  confusa. Secondo la Maaskant Kleibrink tra la seconda metà del IX e l’inizio dell’VIII sec. a. C. fu costruito sullo stesso posto dove poi sorgerà l’Edificio V, una grande casa lignea con un cortile cintata di mura ad ovest contenente un focolare/altare e una stanza absidiale orientale con un grande telaio. I fornelli di terracotta, grossi vasi d’impasto e le due file di pesi di telaio con decorazione a meandro e a labirinto su una lunghezza di 2.20/2.60 cm nella stanza del telaio indicano già una lavorazione della lana e/o lino specializzata, probabilmente la produzione di tessuti decorati con disegni. Le fibule, collane e fermatrecce di bronzo vicino al focolare/altare e le due paperine laconiche di bronzo trovate nella casa, insieme alle decorazioni con uccelli acquatici su pesi di telaio, brocche e vestiti femminili, indicano la presenza di una ‘Casa del Telaio’ molto speciale. Uccelli (e uova) si presentano con grande regolarità nella tradizione indo-europea della tessitura, come anche una Protettrice e le sue feste sacre con tessuti speciali.
A questa prima fase, forse una delle più antiche fasi cultuali dell’Enotria, seguì una costruzione templare imponente degli edifici III, V e I, dove l’alzato era costruito con pareti d’argilla e paglia e il tetto con l’aiuto di pali di legno infissi nella roccia appositamente tagliata, questa fase è datata intorno a 700 a.C. Questa ricostruzione del santuario era necessaria perchè le feste per la Dea portavano con grande regolarità
molta gente con doni in mano. Specialmente hydriskai (piccole brocchette per l’acqua) e coppe per bere, insieme a pyxides (scatole di terracotta) e kalathiskoi (imitazioni in terracotta di cestini per la lana). Con le hydriskai portavano acqua alla Dea Atena e sembra che portavano anche fiocchi di lana. Un’ immagine, databile intorno a 700 a.C., trovata sull’Acropoli (ma rubata), dimostra la scena di culto.

  Il portare d’acqua (che manca sull’Acropoli) alla Dea Atena è legata alla leggenda di Epeio; lui stesso portava durante la guerra Troiana sempre l’acqua agli eroi e perciò la Dea Atena l’aiutava sempre. E’ evidente che il culto sull’Acropoli di Timpone della Motta, dove la gente veniva in continuazione con hydriskai pieno d’acqua - sono stati trovati migliaia di vasetti - indica il sito come LAGARIA, città fondata da Epeio nord di Thurioi come ha scritto Strabone.
 

La terza fase di costruzione, cominciata circa 660/’50 a.C., vede la ricostruzione degli edifici III, I e V in mattoni crudi su fondazioni parzialmente messe in trincee tagliate nella roccia. In questa fase i tetti non erano più di paglia ed era necessario mettere le fondazioni ad ovest e nord in trincee per superare i dislivelli dei muri. In questa fase il santuario è molto ovviamente legata a Sybaris e a un piccolo santuario della Dea Atena a Torre Michellicchio, vicino la colonia greca, dove probabilmente i Sybariti partivano per le processioni alla Dea Atena di Lagaria. A Michellichio e sull’Acropoli di Timpone della Motta troviamo le stesse terracotte con l’immagine della Dea. Però, solo sul Timpone della Motta si trovano i pinakes (le plaquette sacre) che indicano, insieme a migliaia di coppette e hydriskai, il luogo di culto principale.
La quarta fase vede la (ri)costruzione degli edifici I, II, III e IV nonchè di un grande muro di recinto intorno all’Acropoli di Lagaria. Cronologicamente con queste costruzioni siamo nel VI sec. a. C. ed in connessione con le case coloniali dello stesso periodo ritrovati sui pianori che circondano l’acropoli.
L’edificio V fu coperto con un strato spesso di ghiaia per creare un terrazzo artificiale e mettere un tempio nuovo, che non è stato conservato dalla Cappella Bizantina costruita sul posto nel X secolo.
Più tardi (V e IV secolo a C.) il culto della Dea Atena fu accompagnato da uno per Pan e le Ninfe; probabilmente durante gli sconvolgimenti dai Brettii il santuario fu distrutto.


Bronzetti
 

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La necropoli di Macchiabate

  La necropoli di Macchiabate, scavata non completamente dalla Zancani Montuoro negli anni sessanta, è formata da quasi 200 sepolture, le tombe sono dei tumuli di pietra di forma circolare od ellittica. I tumuli non hanno muretto di contorno o fossa o delimitazione del piano deposizione: il morto era deposto con le gambe ritratte su uno strato di sabbia e vicino a lui era disposto il suo corredo funebre composto da vario vasellame di ceramica ed oggetti in metallo, generalmente bronzo, che facevano parte del vestiario del defunto (bracciali, anelli, cinturoni, fibule ecc.) o armi se si trattava di un uomo di rango elevato. Le tombe non avevano assi o impalcature di legno e le pietre erano poste direttamente sul morto e sul suo corredo.
La deposizione inizia nell’età del Ferro e sono quattro categorie di tombe:
1. sono molto omogenee tra loro nella tipologia del corredo e non presenta contatti con il mondo marittimo del bacino del Mediterraneo;

Macchiabate Tumoli di Tombe

2. presenta nel corredo tombale oggetti giunti via mare: pisside sferica, sigilli, la famosa coppa fenicia. Questo  testimonia contatti con il mondo greco-orientale già nel periodo del geometrico medio e recente ancora prima cioè del movimento coloniale greco che portò alla fondazione di Sibari nel 708-707 a.C.
3. oggetti d’importazione Corinzia e d’imitazione coloniale;
4. Tombe a fossa con sviluppo a spirale. (Seconda metà del VII e VI a.C.)

 

Da un racconto sulla campagna di scavi condotta dalla famosa archeologa italiana Paola Zancani Montuoro insieme alla sua collaboratrice M.W. Stoop

Nel giugno del 1963 si svolge la prima campagna di scavo.

..."Una bella mattina viene alla luce un complesso di tombe la cui posizione poteva far pensare al Cerchio Reale (si chiama così una serie di sepolture a collana con una più grande al centro: apparato funebre arcaico riservato di solito a sovrani e agli eroi divinizzati).
Ecco le due scineziate precipitarsi ad aprire la tomba di mezzo. Che cosa trovano accanto ad ossa e a suppellettili d'uso? Hanno un soprassalto: trovano un'ascia! Non poteva essere questo lo strumento di un artigiano divinizzato, l'utensile con il quale Epeo aveva costruito il Cavallo di Troia?".

     

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Martedì 27Aprile 2004 il Domani APPUNTAMENTI CALABRIA Omero a Francavilla Marittima
Sul Timpone della Motta identificati i resti della mitica Lagaria.

C’è stata una volta una guerra da cui il tempo avrebbe saputo lentamente distrarre il ricordo fino relegarla, come tante altre, nell’oblio, se non fosse stata scritta e tramandata da uno o più poeti di lingua greca, che riassumiamo nel nome di Omero: la guerra di Troia.
Tutti ricordiamo, non fosse altro che per dovere scolastico, la guerra dei Greci contro la piccola città arroccata su una collina dell’attuale Turchia settentrionale; l’estenuante assedio di dieci anni; l’ira di Achille - il più valoroso dei guerriglieri micenei - contro il re Agamennone; la morte di Patroclo, il caro amico di Achille, per mano di Ettore, principe e  eroe troiano splendido anche nella morte cruente infertagli da un Achille furioso e dimentico  persino del rispetto degli anziani e dei morti.

 Infine a nessuno sfuggirà il ricordo  dell’agognata soluzione del conflitto, con lo stratagemma ideato da Ulisse, da allora in poi per  tutti “l’astuto”: l’invio a Troia del cavallo di legno con la pancia piena di eroi greci, cavallo  accolto - nonostante i disperati ammonimenti di Cassandra, la profetessa destinata a non  essere mai ascoltata - dagli ingenui Troiani come un dono degli dei.
L’idea fu di Ulisse, ma passa solitamente sotto silenzio colui che  materialmente costruì il cavallo, che pure è citato da Omero. La sua fama fu quella  di un semplice artigiano, un gigantesco bizzarro personaggio che non meritò durante  gli anni dell’assedio altro che la derisione dei guerrieri micenei, tutti belli forti biondi determinati e donnaioli - come Omero ce li racconta. Epeios non poteva  reggere il confronto: nato codardo, nonostante la stazza, pavido di fronte ai  giavellotti, venne usato dal re Agamennone e da suo fratello Menelao per l’ingrato compito di trasportare l’acqua all’accampamento, tanto che il suo nome venne poi associato agli asini idrofori. La sua mansuetudine e la fedele costanza nel lavoro non gli risparmiarono le risate a crepapelle degli eroi, quando lo videro lanciare il disco in occasione dei giochi funebri voluti da Achille in onore di Patroclo.
Eppure era anche un buon pugile, diciamolo un omone dotato di forza bruta e non raffinata, che lo escludeva dalla schiera dei vincenti. Epeios conosceva bene la forza delle sue mani: da quell’abilissimo artigiano che era, in breve costruì il cavallo di legno che avrebbe fatto la fortuna del suo re e dei Greci micenei. Soprattutto, la sua  dedizione muta al faticoso trasporto quotidiano dell’acqua gli attirò la simpatia della dea Atena, che gli apparve in sogno e gli ordinò di donarle gli utensili che aveva adoperato per la costruzione del cavallo.
La stessa Cassandra preconizzò che Epeios avrebbe dedicato i suoi attrezzi in un Athenaion costruito dove lui stesso avrebbe fondato la città di Lagaria, poco a Nord del territorio della colonia di Sibari, a sua volta fondata dai Greci sulla costa ionica della Calabria nel 720 a.C. circa cioè quattro secoli dopo la guerra di Troia. Ecco dunque ordita dal mito la trama che, ancora una volta, mette al centro dell’attenzione le relazioni tra il mondo greco e la nostra regione,parte integrante di quella Magna Grecia in cui affondiamole nostre radici e della quale, brano a brano, gli archeologi vanno recuperando le tracce lasciate in pace dal tempo, dall’incuria e … dagli scavatori clandestini.
Sul Timpone della Motta di Francavilla Marittima, un paesino della Sibaritide, da diversi decenni vanno avanti le indagini su una stratificazione archeologica eccezionale nel panorama italiano: almeno cinque secoli di storia si sovrappongono e definiscono i contorni di una civiltà indigena piuttosto rara da rintracciare: quella del popolo degli Enotri, ai quali si accompagnano senza apparenti sovrapposizioni violente i coloni Greci. Di importanza centrale nell’insediamento Enotrio doveva essere la cosiddetta “casa delle tessitrici una grande abitazione risalente all’inizio dell’VIII secolo a.C., all’interno della quale donne di status elevato e riccamente abbigliate e ingioiellate tessevano attorno a un telaio monumentale, del quale ci restano i grandi pesi di terracotta. Che non si tratta di una dimora privata lo darebbe a pensare la ricchezza degli ornamenti di bronzo rimasti sotterrati, quando la casa venne spianata e sepolta,  cioè in qualche modo rispettata, al momento di costruirvi al di sopra il più antico tempio conosciuto in Italia: un tempio ancora di legno all’interno del quale, forse continuava il culto di una “dea della tessitura” che in Grecia portava il nome di Atena e che forse era venerata anche in terra italica. Di certo ad Atena è dedicato il tempio III, un altro dei cinque
che sin dall’età arcaica vennero impiantati sull’acropoli del Timpone della Motta, a costituire un’area santuariale imponente e complessa, caratterizzata sin dalla sua fase più antica, che risale agli anni intorno al 720 a.C., da donativi alla divinità che vi veniva venerata piuttosto particolari: i fedeli vi portarono per anni e anni centinaia di coppette e vasetti in miniatura per bere, alcuni prodotti localmente altri d’importazione greca, a indicare come il popolo indigeno convivesse pacificamente con i coloni che erano subentrati a Sibari. Alla divinità cui il santuario era dedicato, inoltre si portavano strane imitazioni in terracotta di cesti e piccoli vasi portaoggetti; la compresenza con questi vasi, di fusaiole, tenuta presente anche la più antica casa delle tessitrici, lascia pensare che il contenuto di questi fasi fossero bioccoli di lana non filata e profumi, comunque simboli di un mondo prevalentemente femminile. Di un mondo legato, anche nella Grecia propria, alla dea Atena, vergine e guerriera, la protettrice di Epeios, colui giusto poco a nord di Sibari avrebbe dovuto fondare una città e un tempio a lei dedicato. Al mito e al culto di Epeios gli studiosi pensano da molti anni in riferimento al sito archeologico di Francavilla, in particolare da quando nella necropoli vicina al santuario venne scoperto il tumolo di Cerchio Reale, con un complesso di 14 sepolture disposte attorno ad una centrale che aveva la forma di una capanna e non conteneva scheletri, ma molti utensili da lavoro. Che fosse la tomba del mitico Epeios, l’artigiano portatore d’acqua, fedele alla promessa fatta alla dea Atena e fondatore di Lagaria? Oltre alle suggestioni, c’è ovviamente altro:
quanto più l’archeologia si pone a confronto della storia e del mito, tanto più si dimostra l’attendibilità dei racconti degli storici antichi e la verità storica celata dietro la maggioranza dei miti greci, che furono mezzi di trasmissione di antiche conoscenze piuttosto che racconti frutto di immaginazione, appartenenti a società che si
affidavano ad un linguaggio simbolico i cui livelli di lettura, come dimostra oggi la scienza archeologica, sono articolati e mai casuali. I rinvenimenti nel santuario di vasi raffiguranti la festosa processione per la donazione di coppette piene d’acqua alla statua di Atena, al di là del significato di purezza insito nell’acqua stessa (che doveva essere trasportata dal fiume ai piedi della collina, dato che nelle vicinanze del santuario non c’erano fonti), lega indissolubilmente la dea al personaggio di epeios, tanto che la professoressa Marianne Kleibrink dell’Università di Groningen, che, su concessione della Soprintendenza Archeologica della Calabria, dagli anni 90 dirige le indagine sul sito, ritiene che il tempio fosse dedicato sia alla dea sia all’artigiano.
La dedica del santuario sarebbe pertanto lo specchio di una condizione in cui il culto Enotrio della tessitura era già stato associato a quello greco dell’artigiano e forse dobbiamo guardare un po’ più in là per capire davvero la dinamica dell’inserimento del mito di Epeios. E’ noto la ricchezza dei corredi funerari entri - sia quelli della Calabria che quelli della Basilicata - come peculiari delle espressioni materiali di questo popolo fosse la grande tecnica di lavorazione dei metalli alla quale, data la vicinanza ai boschi del Pollino, doveva accompagnarsi anche la sapienza della lavorazione del legno, i cui prodotti però sono ovviamente stati cancellati dal tempo.
Rientrerebbe in una consuetudine greca l’assimilazione delle migliore caratteristiche indigene alla propria mitologia, in modo da fare proprio e radicare in una più nobile antichità consuetudini che erano state fino ad allora peculiari di un altro popolo. In altre parole, i Greci avrebbero innestato il mito di Epeios sul culto della di una dea della tessitura Enotria che era facilmente equiparabile alla loro Atena, trovando evidentemente un accordo in tal senso con gli indigeni e conquistandosi così una fetta di spazio religioso della propria patria in terra straniera.
Quanto abbiamo raccontato fin qui non rende giustizia della ricchezza delle scoperte archeologiche e neppure del duro lavoro di chi deve ogni giorno scontrasi con l’ormai cronica carenza di fondi ma soprattutto con il lavoro parallelo, disturbante e distruttivo di spregiudicati scavatori clandestini che trovano buoni mercati in Italia e all’estero, distruggendo sistematicamente e svendendo il patrimonio culturale della nostra Calabria. Francavilla però rappresenta un unicum per certi aspetti:
pur essendo un piccolo comune, ha già programmato una serie di iniziative serie e innovative per garantirsi la continuità delle indagine archeologiche che, una volta tanto, vengono viste come risorse e non palle al piede. Oltre a promuovere insieme alla Soprintendenza, la creazione di un parco archeologico – che merita di essere visitato anche in virtù di un innegabile plusvalore paesaggistico - ha costituito un’associazione Onlus per creare la Scuola Internazionale d’Archeologia “Lagaria” presieduta da Giuseppe Altieri, che è anche Vice Sindaco e che ha  attirato all’associazione un comitato scientifico di tutto rispetto; “Lagaria” avrà come scopo l’attività di divulgazione e di ricerca archeologica sugli entri e già da quest’estate curerà l’ospitalità per tutti i giovani studenti italiani e stranieri che vorranno partecipare alle campagne di scavo sul Timpone della Motta.
Un’iniziativa che ci pare vada agevolata, anche perché si prospetta nella direzione di una leale valorizzazione di un sito archeologico che, seppure come è giusto deve aprirsi ad un’ottica di profitto turistico, non per questo viene trattato come un mero “prodotto turistico”, grande rischio che accomuna, di questi tempi, quanti si trovano a gestire il patrimonio culturale nazionale, sia esso un bronzo di Riace o un parco archeologico di un paesino di provincia.
 

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UN RAGIONAMENTO SUL PARCO ARCHEOLOGICO DI FRANCAVILLA

  Nel 1879, durante i lavori per la costruzione della strada statale SS 92, che doveva collegare la costa Ionica al Pollino, nel territorio di Francavilla emersero dei reperti che l’ispettore M.G. Gallo collegò con l’antica città di Lagaria.
Successivamente negli anni trenta del novecento il dott. De Santis “raccolse con amorevole cura ciò che i contadini del tempo gli portavano o gli segnalavano.
Nel 1959 quando si costruì l’acquedotto dell’Eiano nell’attraversamento del territorio di Francavilla ci furono grandi ritrovamenti che per lo più andarono dispersi.
Solo dopo questo saccheggio di una ricchezza nascosta, ci fu una piccola attenzione al territorio di Francavilla, con brevi campagne di scavo, sempre redditizie, sotto la guida della famosa Archeologa campana Paola Zancani Montuoro.

Questa piccola attenzione fu interrotta bruscamente nel 1969, quando diventò predominante il “ritrovamento di Sibari”.
Negli anni successivi furono condotte brevi campagne di scavo, non certamente con la continuità necessaria alla
valorizzazione di un sito unico nella sua specie, i cui risultati furono sempre ottimi. Questi piccoli interventi servirono quantomeno a fermare o arginare, il fenomeno dei cosiddetti “Tombaroli”, che in quegli anni fecero enorme fortuna vendendo i  reperti saccheggiati, ai maggiori musei internazionali. All’inizio degli anni 90 del secolo scorso,con l’intervento straordinario della Legge 64/86 si attuò il primo intervento progettuale in questa area.
Il riconoscimento va alla Comunità Montana Alto Ionio che puntò in quegli anni, alla valorizzazione dei beni culturali.
Sono trascorsi altri anni, altri interventi furono effettuati per rendere visitabile e fruibile un’area fortificata, che si eleva maestosamente sulla pianura di Sibari, purtroppo, il Parco archeologico di Francavilla, ancora non è aperto al pubblico.
Certamente, autorità della soprintendenza archeologica, studiosi, appassionati d’archeologia, professori universitari, studenti italiani e stranieri hanno studiato, scavato e pubblicato i loro studi, o le loro tesi di laurea, ricevendo soddisfazione dal loro impegno e dal loro lavoro.
Altri come i tombaroli, si sono arricchiti prendendo a piene mani dall’immenso tesoro che si trovava nel sottosuolo francavillese.
A Sibari veniva realizzato il Museo Archeologico Nazionale della Sibaritide. Il Ministero per i Beni e le attività Culturali - Direzione Generale per i Beni Archeologici - Nell’Atlante Archeologico, consultabile su internet, così descrive il Museo Archeologico Nazionale della Sibaritide: “Il sito di Francavilla Marittima da cui proviene la quasi totalità dei materiali conservati nel museo è di fatto estremamente interessante in quanto uno dei più importanti insediamenti indigeni (enotri) precoloniali, dalla vita fiorente, con una ricca necropoli (loc. Macchiabate) che ha fornito un gran numero di oggetti di bronzo di ornamento personale indossati dai defunti, ed addirittura una coppa bronzea fenicia della prima metà dell’VIII sec. a.C., testimone forse dei contatti tra quelle genti (o forse, però, portata dai Greci). La brusca interruzione della vita nel villaggio (loc. Timpone della Motta) e la distruzione dello stesso intorno al 730 a.C. è quanto induce a credere che l’arrivo dei coloni greci fondatori di Sibari abbia comportato la riduzione dei locali in stato di servitù; e del resto rivelatrice in tal senso risulta l’edificazione di un tempio ad Atena sui resti del distrutto villaggio del Timpone della Motta. Tale santuario di Atena, tra l’altro, più della città arcaica, di cui per le note vicende non rimangono che poche tracce, è di fatto il principale testimone sulla fase arcaica della presenza greca nella zona, ed ha restituito la maggior parte del materiale di tal epoca riconducibile a Sibari conservato nel Museo. Spiccano tra i materiali un ex-voto in terracotta del VII sec. a.C. raffigurante una figura femminile con veste riccamente ricamata su cui sono raffigurate scene mitologiche; frammenti di ceramica fina d’importazione da vari centri greci; numerosi vasi protocorinzi; bronzetti di guerriero e fanciulla; una lamina bronzea da affissione del VI sec. a.C. recante la dedica ex voto di un’edicola ad Atena da parte di "Kleombrotos figlio di Dexilawos" vincitore ad Olimpia, come recita il testo”.
In molti, in modo diretto o di riflesso, hanno tratto benifizi, dall’immensa ricchezza rappresentata dal sito di Macchiabate - Timpone della Motta.
Solo la popolazione locale, non ha ricevuto ancora “un qualcosa” da questo immenso tesoro.
L’apertura del Parco Archeologico, l’accoglienza di visitatori che negli anni dovranno esser sempre più numerosi, li potrà solo in parte ripagare del furto e dal danno subito da oltre 120 anni.
Francavilla, attrezzando l’area archeologica e rendendola visitabile, potrà ritrovare nuova linfa per evitare l’abbandono e l’oblio e così ricominciare a vivere. Ne abbiamo diritto. Lo dobbiamo pretendere.

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Oltre un secolo di affascinanti ricerche
Ecco tornare alla luce case e templi di Lagaria
Necropoli, edifici sacri, palazzi e umili capanne; quella che emerge dal sottosuolo a Francavilla è una sorta di Pompei della civiltà indigena fiorente nell’Alto Jonio cosentino prima e dopo la colonizzazione greca. Trova sorprendenti conferme il mito del fondatore Epeo, leggendaria figura di eroe greco nella guerra italica.

La prima notizia di ritrovamenti archeologici nella contrada di Francavilla fu data da M.G. Gallo su un giornale di Castrovillari «Il Calabrese» nell’edizione del 31 maggio 1879, che cita dei ritrovamenti di bronzi e ceramica a Pietra Catania ed a Saladino in seguito agli scavi fatti per la costruzione della strada provinciale; già da allora, quindi, si era avuta una vaga coscienza di una civiltà indigena sviluppatasi in questi luoghi e di una possibile identificazione della mitica città di Epeo, Lagaria, ché ancora oggi costituisce uno dei più interessanti interrogativi su Francavilla. È però solo nel 1934 che le contrade Macchiabate, Timpone dei Rossi, Timpone della Motta e Pietra Catania sono apparse - negli atti della Soprintendenza come siti di notevole interesse archeologico per la scoperta di tombe e di un insediamento greco arcaico. Per circa un trentennio il dott. De Santis ed insieme a lui l’ispettore onorario delle antichità di Cosenza D’Ippolito hanno segnalato alla Sovrintendenza i continui e fortuiti ritrovamenti avvenuti in questi luoghi. Ma solo negli anni ‘60-’61 la sig.ra Paola Zancani Montuoro si era interessata alle scoperte occasionali e fu proprio il I Convegno di studi sulla Magna Grecia nel 1961, svoltosi a Taranto che mise in evidenza l’urgenza di scavi sistematici a Francavilla Marittima, soprattutto per lo studio dei rapporti tra la popolazione indigena ed il mondo coloniale greco. Così nel 1963 la Sovrintendenza intraprese i lavori di scavo affidandone la direzione alla Zancani  Montuoro, che si occupò dello scavo della necropoli dell’età del Ferro in contrada Macchiabate, ed alle sue collaboratrici la dr. M.W. Stoop, che portò alla luce i primi tre edifici sacri sul Timpone della  Motta e la dr. M. Maaskant-Kleibrink che scavò gli abitati greci di VI sec., a.C. sul pianoro Il.
Gli scavi si interruppero bruscamente nel 1969 e ripresero soltanto nel 1982, dopo anni di incuria in cui  imperversarono scavi clandestini, problema che ancora oggi è attuale e preoccupante, dovuto purtroppo ad una totale mancanza di sistemi di controllo e di custodia del sito. In quegli anni si pro cedette soprattutto ad un accertamento stratigrafico e cronologico degli edifici sacri sul Timpone della Motta; nel 1986-’87 si scoprì poi una nuova stipe votiva ed un quarto edificio. Dal 1991 opera sul lato sud dell’acropoli e sui pianori I e III la missione olandese sotto la direzione della dr. M. Maaskant-Kleibrink. Questi scavi sono pagati dalla facoltà di Lettere di Groningen (Olanda) e da Archon, il dipartimento archeologico del CNR olandese, il finanziamento durerà però fino all’anno 2000, dopodiché se non si riusciranno a trovare finanziamenti adeguati (che peraltro già l’ufficio di competenza della Provincia ha stanziato a partire dal 1996) lo scavo e le importanti ricerche iniziate non avranno modo di continuare in maniera adeguata. Gli scavi di questi ultimi anni, grazie alla tenacia della dr. Maaskant-Kleibrink, hanno portato a grandi scoperte sulla civiltà indigena sviluppatasi a Francavilla prima e dopo la colonizzazione greca e sulla stessa civiltà greco-coloniale.

Situazione archeologica
La necropoli di Macchiabate, scavata non completamente dalla Zancani Montuoro negli anni Sessanta, è formata da quasi 200 sepolture, le tombe sono dei tumuli di pietra di forma circolare od ellittica. I tumuli non hanno muretto di contorno o fossa o delimitazione del piano deposizione: il morto era deposto con le gambe ritratte su uno strato di sabbia e vicino a lui era disposto il suo corredo funebre composto da vario vasellame di ceramica ed oggetti in metallo, generalmente bronzo, che facevano parte del vestiario del defunto (bracciali, anelli, cinturoni, fibule ecc.) o armi se si trattava di un uomo di rango elevato. Le tombe non avevano assi o impalcature di legno e le pietre erano poste direttamente sul morto e sul suo corredo. La deposizione inizia nell’età del Ferro ma ci sono due categorie di tombe, la prima sono molto omogenee tra loro nella tipologia del corredo e non presenta contatti con il mondo marittimo del bacino del Mediterraneo, mentre la seconda categoria presenta nel corredo tombale oggetti giunti via mare:
pisside sferica, sigilli, la famosa coppa fenicia. Questo testimonia contatti con il mondo greco-orientale già nel periodo del geometrico medio e recente ancora prima cioè del movimento coloniale greco che portò alla fondazione di Sibari nel 708-707 a.C.. L’uso della necropoli copre quindi dall’Vili fino al VI sec. a.C.. Sul Timpone della Motta era invece localizzato un santuario che dominava per la posizione geografica del colle, la piana di Sibari e la vallata del Raganello; i templi del santuario erano quelli che oggi chiamiamo edifici Il, III e v, i portici o edificio di servizio per pellegrini e sacerdoti, indispensabili per ogni luogo di culto che fosse un santuario, gli edifici I e IV. Il santuario ha avuto diverse fasi cronologiche ed è proprio lo studio dell’edificio V, l’ultimo scoperto
sulla Motta, ed ancora in fase di scavo che può chiarire la vita del santuario, poiché gli edifici scoperti negli anni sessanta (I, Il e III) hanno una stratigrafia confusa dovuta a sconvolgi-menti del terreno in seguito all’utilizzo umano ed animale del terreno. Secondo la Maaskant-Kleibrink tra la fine del IX e l’inizio dell’Vili sec. a.C. fu costruito sullo stesso posto dove poi sorgerà il V edificio un’altare all’aperto ed una capanna con un grande telaio, che probabilmente era usato dalle sacerdotesse, per tessere il peplo della dea. In questa capanna furono infatti trovati fornelli di terracotta, grossi vasi d’impasto che contenevano probabilmente la lana e due file di pesi di telaio con decorazione a Labirinto su una lunghezza di 2,20 m, questo telaio era tenuto da due pesi più grandi non decorati. Ciò fa quindi pensare ad una capanna «funzionale» cioè veramente usata per la lavorazione della lana e non solo dedicativa. Questo antichissimo luogo di culto ha sicuramente un’impronta prettamente indigena e precoloniale, poiché il materiale trovato nella cenere dell’altare e nella capanna è composto da ceramica d’impasto, bronzi e ceramica geometrica di fattura ed ispirazione locale. A questa prima fase, forse una delle più antiche fasi culturali della Magna Grecia, seguì una costruzione templare imponente degli edifici V, III e I dove l’alzato era costruito con grumi d’argilla e paglia ed il tetto sorretto da pali di legno infissi nella roccia appositamente tagliata, questa fase è datata al VII sec. a.C.
La terza fase di costruzione vede l’edificazione degli edifici I, III, IV e V, nonché del piccolo tempio Il con basamento in ciottoli di fiume e mattoni crudi come alzato, cronologicamente con queste costruzioni siamo nel VI sec. a.C. ed è in connessione con le case coloniali dello stesso periodo ritrovate sui pia-non terrazzati (probabilmente artificialmente) che circondano l’acropoli:
la casa dei Pesi e la casa della Cucina sul pianoro Il, la casa dei Clandestini, la casa dell’Anfora e la casa dei Pithoi sul pianoro III e la casa Aperta e la casa del Muro Grande sul pianoro I. E proprio il tempietto Il che ha fornito il nome della dea greca venerata nel santuario: una laminetta votiva di bronzo posta nel tempio dell’atleta Kleombrotos per dedicare la decima della sua vincita ai giochi olimpici alla dea ci dice che questa divinità era Atena.
La dea indigena del telaio alla quale si dedicavano brocche e scodelle di ceramica geometrica, anelli, fibule e fermatrecce di bronzo, alla quale si tesseva il peplo su un telaio formato da pesi decorati con il Labirinto diventa, dopo il contatto con le popolazioni greche, la dea Atena, protettrice dei lavori femminili e signora del Labirinto, come viene denominata nelle tabelle pilie, nelle monete di Cnosso e nei vasi attici; una dea alla quale nel VII sec. a.C. si dedicano servizi votivi formati da idrie e coppe a filetti, o da pissidi, skyphoi, lekythoi, aryballoi ed alabastra d’imitazione o d’importazione protocorinzia o corinzia. L’identificazione della dea del telaio con Atena, il santuario dedicato a questa divinità, la città di VI sec. a.C. e sotto le case coloniali la scoperta di capanne enotrie di VIII sec. a.C. ha fatto pensare all’identificazione di questo sito con la mitica città di Lagaria, fondata dall’eroe greco Epeo, il costruttore del cavallo di Troia, durante le sue peregrinazioni dopo la guerra iliaca, e che Strabone nella sua Geografia dice trovarsi tra Thuri ed Eraclea: l’eroe fondò infatti una città che prese il nome. di sua madre e vi dedicò un tempio alla sua protettrice Atena, alla quale dedicò i suoi arnesi. La divinità venerata sulla Motta, di cui abbiamo splendide immagini in terracotta sia in posizione stante che seduta sul trono con il peplo sulle gambe sarebbe dunque una dea egea ed il suo culto già definito ed importante prima della colonizzazione greca della fine dell’VIli sec. a.C. E proprio la stessa immagine della dea si riferisce a situazioni che
richiamano l’epos omerico, come la dedicazione e l’offerta del peplo alla divinità seduta in trono, che ricorda rituali che si svolgevano durante la guerra di Troia e che quindi richiama all’esistenza di una città fondata da un eroe acheo come Epeo.
L’affascinante ipotesi dell’identificazione del centro enotrio con la città di un eroe greco della guerra iliaca mette in evidenza la volontà di ammettere la nascita di un centro greco in epoca micenea, molto spesso però nella Magna Grecia dietro queste leggendae di fondazioni c’è una reale frequentazione micenea. Per quanto riguarda il sito di Francavilla oltre alle prove sopradette ci sono le recenti scoperte archeologiche di strati datati all’età del Bronzo Medio e Recente sul pianoro I ed alla capanna del Bronzo Medio, tagliata nella roccia al centro del V edificio che testimoniano la presenza di una continuità abitati-va da tale periodo sino alla fase coloniale, la presenza di ceramica italomicenea o di grey ware, che si chiarirà meglio durante la campagna di studio del materiale, nel 1999, darebbe ancora più credito a questa identificazione.
Non solo ma la scoperta di una tomba principesca il cosiddetto Cerchio Reale, non riutilizzato per deposizioni successive, forse per il suo valore ideale, con un corredo adatto ad un falegname e di datazione più antica rispetto alle altre tombe, potrebbe rappresentare il cenotafio di un dio artigiano degli indigeni che i primi greci hanno assimilato al loro eroe Epeo.
Il sito di Francavilla Marittima, quindi, nel quadro dell’archeologia della Magna Grecia si inserisce come centro indipendente da Sibari per la vita e la civiltà enotria sviluppatasi in epoca precoloniale e per la sua ricchezza ed importanza come centro culturale in epoca coloniale, a testimonianza di tali eventi i materiali rinvenuti negli abitati e nel tempio: splendidi vasi di ceramica geometrica con stili importati da altri distretti regionali (stile a tenda) e stili elaborati localmente (stile a frange) che suggeriscono come pensa la MaaskantKleibrink una precisa identità culturale e di popolo, ceramica grecocorinzia sia d’importazione che di fattura locale, ultimamente è stata scoperta una splendida coppa Aetos 666 importata; essa rappresenta uno dei più antichi vasi greci d’importazione poiché ha una datazione di VIII sec. a.C. scarabei ed oggetti di faience di provenienza greco-orientale.
E impossibile non fare un accenno alle importanti scoperte della campagna di scavo iniziata i primi di settembre e terminata oltre la metà di ottobre ‘98: sul pianoro I, continuando lo scavo di due case coloniali, la casa Aperta e la casa del Muro Grande, negli strati più profondi sono stati scoperti situazioni abitative risalenti all’età del Bronzo ed una capanna enotria di VIII sec. a.C. con una pianta ben definita da buchi di palo e da un piano di calpestio da cui è venuto alla luce una gran quantità di ceramica indigena e soprattutto di forme complete decorate che possono far capire l’intera evoluzione di questa classe ceramica sul Timpone della Motta il tempio V ha evidenziato una pianta molto allungata, nella tradizione dei più antichi templi greci ed al centro di questo, come abbiamo già detto sopra, è stata scoperta una capanna del Medio Bronzo.
Di conseguenza è importante garantire la possibilità di ricerca alla missione olandese, che con l’importante guida della prof.ssa Maaskant-Kleibrink sta lavorando da tanti anni a questo progetto.

Per saperne di più:
- Bald Romano I. «Early Greek Cult lmages and Cult Pratices», in Marinatos N & Hagg R., Stoccolma, 1988.
- Cardarelli A., Peroni R, «Novità sull’età del Bronzo in Calabria» in ASMG, XX,1980.
- Foti G. «Scavi a Francavilla Marittima. Le premesse di un intervento sistematico ed iprimi risultati», in ASMG, VI-VII, 1966.
- Maaskant-Kleibrink M. «Religious activities on the Timpone della Motta Francavilla Marittima — and the identffication of Lagaria» in BABesch n.68.
- Maaskant Kleibrink M. «Abitato sull’altopiano meridionale della Motta» in ASMG, XVIII-XX, 1977.
- Stoop M.W. «Note sugli scavi nel santuario di Atena sul Timpone della Motta (Francavilla Marittima — Calabria)», 4, in BABesch n. 58, 1983. Zancani Montuoro P. «Necropoli di Macchiabate» in ASMG, Xl-XII, 1972.
- Sangineto M., La Rocca A. «Francavilla Marittima. Profilo storico archeologico ed aspetti ambientali e speleologici». Patroc. Amm. Com. Francavilla M.ma 1997.
- Maaskant Kleibrink «Resoconti di scavo dal 1993 al 1997». Groningen Institute of Archaeologie, 1993/97.
In primo piano: i resti del basamento di uno dei templi di Timpone della Motta.
CALABRIA 27 OTTOBRE 1999 “RIVISTA DELLA REGIONE CALBRIA”

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INTERVISTA di Mario De Gaudio alla Prof.ssa Marianne Kleibrink Maaskant pubblicata sulla rivista della Regione Calabria “Calabria” Ottobre 1999

L’archeologa olandese Marianne Maaskant racconta le ultime sorprendenti scoperte degli scavi di Francavilla Marittima.
Si svela nell’Alto Jonio il mistero della città d’Epeo.
Una città greca ma anche troiana, una polis nella quale coesistevano pacificamente i popoli che s’erano combattuti nella guerra di Troia: è una delle tante incredibili scoperte effettuate negli scavi archeologici a Francavilla, sul litorale jonico consentino. Stanno trovando conferma ipotesi sensazionali, anche quella che vuole proprio qui la misteriosa Lagaria, la città di Epeo, il mitico costruttore del cavallo di Troia. Parla Marianne Maaskant e racconta — denunciando anche difficoltà e incomprensioni — la sua avventurosa ricerca archeologica tutta femminile.Durante lo scavo dal 1963 che si cerca nella Sibaritide il nome d’una città arcaica, esattamente in località Timpone della Motta nel territorio di Francavilla Marittima.
Tre archeologhe, Paola Zancano, Maria W. Stoop e Marianne Maaskant portarono in tre successioni, alla luce un luogo di culto dedicato alla dea Athena. Di notevoli dimensioni, l’«Athenaion» era circondato da case degradanti su terrazze affacciatesi sul greto del ruscello Raganello, che convoglia le sue acque fino alla foce dello Jonio.
Nelle adiacenze, ma a livello più basso, l’equipe femminile rinvenne un’importante Necropoli con tombe a tumulo di pietre e una lastra di bronzo offerta dall’olimpionico kleombotros alla dea per la vittoria nelle gare di Olimpia. L’interesse salì alle stelle. Purtroppo, per difficoltà economiche, gli scavi vennero interrotti e ripresi nel 1982 della Maaskant con i suoi assistenti e studenti. Marianne è ordinaria di archeologia all’università olandese di Croningen.
La prof. ssa Marianne Klebrink.

Sfidando il caldo dei mesi torridi di luglio e agosto, il gruppo rimase sull’acrocoro con una temperatura fino a quarantacinque gradi. Assistenti e studiosi avevano letto a fondo la «Storia» di Strabone e quella di Licofrone, il primo vissuto nel ‘60 a.C., il secondo due secoli prima. Entrambi scrissero del luogo sacro di Lagaria, patria di Epeo, il costruttore del cavallo di Troia. I loro abitanti erano noti per il lavoro di argilla e per l’intarsio del legno, le «pinakee», tavolette votive sportate nell’interland della Sibaritide.
Il legname proveniva dalla foresta di Macchiabate, ove, secondo Licòfrone, sarebbe avvenuto l’incontro tra Epeo e Ulisse per mettere a punto il cavallo, marchingegno della guerra contro Troia. Quanto alla credibilità della storia, c’è sempre la suggestione del mito. «Non corriamo con la fantasia, ammonisce Marianne, ma azzardiamo lo stesso per via di toponimi e coincidenze, per dire sì al ritrovamento di Lagaria, anche se altre località dell’Alto Jonio rivendicano il sito del luogo sacro.
Cominciamo intanto con l’approfondimento della conoscenza del popolo indigeno del territorio. Dapprima dagli Enotri, che vissero  sull’acrocoro nell’età del ferro e del bronzo. Studiamo anche i rapporti di quella antica popolazione con i  fondatori dell’antica Sibari.
Cosa è venuto alla luce nella recente campagna di scavo?
Importanti oggetti databili dal nono all’ottavo secolo avanti Cristo, quasi tutti ex voto e molti utensili domestici come pesi di telaio, alcuni decorati con il motivo del labirinto, fuseruole, ferma trecce, spiraline di bronzo, frammenti di ceramica decorata con motivi geometrici e lo scorso anno due statuine di terracotta della dea in domo.
In domo, vuole spiegarci meglio?
Domo ha il significato di casa che porta al culto della dea, ricorrente nei pinakes e nei fregi dell’Athenaion. La dea porta il peplo raccolto in grembo, come quella descritta dai due storici Strabone e Licòfrone. L’effige era cara ad Ecuba, la moglie di Priamo.
Un culto troiano in un insediamento di coloni greci?
Probabilmente sì. Frammenti di pinakes, provenienti dal Timpone della Motta si trovano nel Museo di Paul Getty a
Malibu in California. Le dirò di più. Su alcune tavolette sfilano carri di guerra con fregi troiani.
Come può spiegare questa presenza dardanica in un sito dominato dalla diaspora ellenica?
Il culto di Athena apparteneva ad entrambi i popoli, anche se sconcerta il richiamo alla devozione troiana. Ma è stata rinvenuta anche un’immagine della dea in piedi, la cosiddetta Ellenia, una variante che riguarda l’acconciatura dei capelli e degli indumenti, che sono difformi.
Vuoi dire che a Timpone della Motta coesistevano pacificamente greci e troiani, che si combatterono nella guerra di Troia?
«E probabile, ma siamo sempre nell’ipotesi, suggestiva di certo, che bisogna di essere approfondita. Si cerca di sapere di più delle presenze indigene. Di esse abbiamo testimonianza attraverso oggetti di cui sono ricche le tombe di Macchiabate, il vasto cimitero sottostante il Tempio. Al centro della necropoli, ove insieme alle ossa furono rinvenuti monili e oggetti di culto, e i resti mortali appartenenti forse alla sacerdotessa de l’Athenaion ».
Può suggerire a questo punto una conclusione, se pure tra realtà e fantasia?
Oltre la scienza c’è l’immaginazione, l’istinto più che la razionalità. I profughi della guerra troiana potrebbero essersi integrati con gli Enotri. È’ bene ricordare che tutta l’area archeologica è carica di toponimi delle due civiltà. Uno dei calanchi che solcano il ventre di Timpone della Motta porta il nome di Dardano, che, come vuole la leggenda, è stato il fondatore di Troia.
Ed ora, che è scesa nuovamente in Calabria può dirmi del suo programma di scavo del prossimo settembre?
Non è allettante. I fondi Europei non arrivano più, contiamo solo sulle magre risorse della Provincia. Eppure ci sarebbe molto da cercare.
Le altre capanne di abitazione attorno al Tempio e soprattutto quelle sottostanti che si presume risalgono dall’ottavo al quindicesimo secolo avanti Cristo.
Ma c’è sempre il problema della guardiania. Il parco archeologico è stato ripulito dall’Amministrazione comunale di Francavilla, ma dopo? Ora vorrei toccare un altro tasto, che mi mortifica. Non ho la solidarietà di quelli che contano, «in loco». Ad esempio, la direttrice del Museo di Sibari, Silvana Lupino volge altrove lo sguardo verso gli scavi di Trebisacce. E' innamoramento o qualche altra cosa?


 

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Forse svelato il mistero di Lagaria, la mitica città fondata da Epeo di Franco Liguori
da Il serratore N° 76/20004  BIMESTRALE DI VITA, STORIA E TRADIZIONI DI CORIGLIANO E LA SIBARITIDE

L’archeologa olandese Marianne Maaskant localizza sul Timpone della Motta, nel comune di Francavilla Marittima, la mitica città di Lagaria, dopo aver riscontrato una sorprendente coincidenza tra i risultati della ricerca archeologica e le fonti letterarie antiche. L’affascinante tesi illustrata e documentata in un recente studio dal titolo: “Dalla lana all’acqua, culto e identità nell’Athenaion di Lagaria”.
Epeo, figlio di l’anopeo prese parte alla spedizione contro Troia alla testa di un contingente di trenta navi e si distinse soprattutto nel pugilato durante i giochi funebri in onore di Patroclo. Suo principale titolo di gloria è l’aver costruito il cavallo di legno che servì a prendere Troia. Durante il suo ritorno, Epeo approdò in Italia meridionale, dove fondò la città di Lagaria. Qui consacrò alla dea Athena gli attrezzi con i quali aveva fabbricato il cavallo di Troia:
questo è quanto si legge su Epeo in tutti i dizionari di mitologia greca.
Ma perché ci occupiamo del leggendario eroe greco sopra citato? La risposta è nel presente articolo.
Dopo quarant’anni di ricerche archeologiche condotte con alterne vicende, nell’alto Jonio cosentino, sembra che si sia giunti finalmente a identificare la misteriosa città di Lagaria, costruita proprio dal mitico costruttore del cavallo di Troia sopra ricordato. Il sito della celebre città fondata da Epeo nell’Italia meridionale e ricordata da  numerosi fonti letterarie antiche (Licofrone, Stradone, Giustino, Valleio Patercolo, ecc..),si troverebbe nel territorio dell’odierno comune di Francavilla Marittima, esattamente in località “Timpone della Motta”, a circa 14 chilometri di distanza dall’antica Sibari in direzione nordovest.
A questa conclusione è giunta, dopo lunghi anni di ricerche e di studi oltre che di indagini archeologiche, l’archeologa olandese Marianne Kleibrink Maaskant che  noi de “il Serratore” siamo andati a intervistare nella sua casa di Francavilla Mariitima dove lei soggiorna quando scende in Calabria dall’Olanda, per scavare sul sito del  Timpone della Motta.
Con squisita cortesia e disponibilità, oltre che con evidente entusiasmo, la professoressa Maaskant, attualmente titolare della cattedra di. Archeologia dell’Università di Groningen (Olanda), ci ha raccontato tutta la sua “storia personale” di appassionata e tenace studiosa del sito archeologico di Francavilla Marittima, da quando vi giunse la prima volta come “borsista”, agli inizi degli anni Sessanta, al seguito della sua insegnante Maria W.Stoop, collaboratrice di Paola Zancani Montuoro, alle più recenti ricerche condotte dal 1991 ad oggi come direttrice della missione archeologica dell’Università di Groningen, che l’hanno portata a identificare il Timpone della Motta con Lagaria, la città enotria fondata da Epeo.
La tesi dell’archeologa olandese è ora ampiamente illustrata e documentata in un libro di 125 pagine pubblicato nel novembre 2003 e ufficialmente presentato a cura dell’Amministrazione Comunale di Francavilla Marittima lo scorso 9 dicembre, nel corso di una riuscita manifestazione, alla quale hanno preso parte archeologi, studiosi e uomini di cultura della Sibaritide, oltre che politici ed amministratori locali e regionali.
Il libro in questione reca un titolo suggestivo ed emblematico: Dalla lana all’acqua, culto e identità nell’Athenaion di Lagaria, Francavilla Marittima.
Si tratta-a nostro avviso- di uno studio di straordinaria importanza, che, oltre a ripercorrere l’affascinante storia degli scavi e dei ritrovamenti nei siti di Timpone della Motta e di Macchiabate, consente di fare il punto sull’annosa e di-battuta questione dell’attribuzione del sito di Francavilla all’antica Lagaria, il cui Athenaion, secondo la tradizione, avrebbe custodito gli arnesi con i quali Epeo costruì il cavallo di Troia.
La storia degli scavi dagli anni ‘30 agli anni ‘80.
Prima di entrare nel merito delle argomentazioni che hanno portato l’archeologa olandese all’identificazione di Francavilla Marittima con Lagaria, ripercorriamo brevemente la storia dei ritrovamenti archeologia in quel sito.
Già nei lontani anni Trenta del Novecento sono affiorati, in varie località (Macchiabate,Timpone dei Rossi, Timpone della Motta), avanzi di una cultura indigena protostorica, rappresentati principalmente da corredi tombali, e resti notevoli di un insediamento greco-arcaico. I reperti venuti alla luce in quel periodo, quasi sempre frutto di scoperte casuali ad opera dei contadini del luogo, furono raccolti con amorevole cura, per oltre un trentennio, dal medico del paese,il dottor Agostino De Santis, appassionato ed esperto di archeologia, ispettore onorario alle antichità, lui stesso scopritore di un’importante tomba in contrada Macchiabate, la cosiddetta “Tomba della strada”.
Nel 1961, nel corso del primo convegno di studi magnogreci a Taranto, il grande archeologo Amedeo Maiuri, che era venuto a conoscenza dei ritrovamenti di Francavilla e aveva fatto visita al medico - archeologo Agostino De Santis, documentandosi di persona sui preziosi reperti da lui collezionati, definiva Francavilla Marittima “una delle mete più urgenti della ricerca archeologica nella Sibaritide”, per lo studio dei rapporti tra popolazioni indigene e coloni greci. Il tema di quel primo convegno tarantino era: “Greci e Italici in Magna Grecia.
Da allora, grazie anche alle sollecitazioni del dott. Tanino De Santis, figlio di Agostino e continuatore dell’opera del genitore a favore della ricerca  archeologica a Francavilla, i siti di Macchiabate e di Timpone della Motta cominciarono finalmente ad essere studiati e indagati con regolari campagne di scavo.
Nel 1963 la Soprintendenza archeologica della Calabria, in collaborazione con la “Società Magna Grecia” (presieduta all’epoca da Umberto Zanotti Bianco), intraprendeva i primi lavori di scavo a Francavilla, affidandone la direzione a Paola Zancani Montuoro.
Dal ‘63 al ‘69 si svolsero annuali campagne di scavo, che la stessa Zancani Montuoro ebbe a definire “brevi ma sempre fruttuose”. Con la celebre archeologa italiana, collaborava l’olandese Maria W. Stoop e la sua allieva Marianne Maaskant.
Sulla vetta del Timpone della Motta, isolato dai valloni Carnavale e Dardanìa e dominante il torrente Raganello, fu individuata l’acropoli di una città greca o ellenizzata e, in contrada Macchiabate, la presenza di una necropoli indigena. Sull’acropoli affiorarono i resti di tre edifici a pianta rettangolare (i cosiddetti edifici I, II, III), facenti parte di un santuario dedicato alla dea Athena, con testimonianze risalenti al periodo che va dal VII sec. a.C. all’inizio del III sec. a.C. Tra i numerosi oggetti rinvenuti, c’erano terrecotte raffiguranti Athena, migliaia di piccole “hidriai”, frammenti di ceramica protocorinzia e corinzia, una statuetta di stile dedalico, vari anellini d’argento e di bronzo, grani di collana di pasta vitrea; tra i reperti del periodo arcaico, di notevole importanza, una tabella di bronzo (cm 24x12) con un’iscrizione dedicatoria ad Athena da parte di un atleta olimpionico di nome Kleombrotos, forse della vicina città greca di Sibari.
Connessa alla vita dell’insediamento sul Timpone della Motta si rivelò la necropoli protostorica di contrada Macchiabate, con seppellimenti a tumulo di pietre fluviali, dei quali i più antichi contenevano  corredi della prima età del ferro, soprattutto vascolari, grosse “olle”, attingitoi ed altri  materiali, come punte di lance in bronzo, alcune scuri, fibule ad arco, strumenti musicali in bronzo e, addirittura, una coppa fenicia in bronzo sbalzato, databile alla prima metà del secolo VIII a.C.
Tutti i reperti trovati sul Timpone della Motta e in loc. Macchiabate costituiscono attualmente uno dei nuclei principali del Museo della Sibaritide.
Nel 1969, con l’inizio degli scavi di Sibari, s’interrompono bruscamente le indagini sui siti di Francavilla e inizia un periodo di abbandono e di disinteresse per quell’area archeologica, del quale approfitteranno gli scavatori clandestini che saccheggeranno abbondantemente il Timpone della Motta e Macchiabate, asportandone migliaia di preziosi reperti, che finiranno o in collezioni private o in musei stranieri, come il “Getty Museum” di Malibu (Usa),la “Ny Carlsberg Glyptotbek” di Copenaghen (Danimarca) o l’Istituto di  Archeologia classica dell’Università di Berna (Svizzera).
Nel 2002, grazie all’ottima riuscita del cosiddetto “Progetto Francavilla-Berna-Malibu” attivato dal Ministero dei Beni culturali, cinquemila reperti trafugati dal Timpone della Motta, sono stati restituiti al Museo della Sibaritide ed arricchiscono oggi la documentazione archeologica relativa a Francavilla Marittima.
Gli scavi regolari sono ripresi a Francavilla nel 1982-83, a cura della Soprintendenza archeologica della Calabria. Sono stati studiati più approfonditamente i tre edifici religiosi scoperti sul Timpone della Motta negli anni Sessanta. Si è accertato che gli edifici I e III hanno conosciuto una prima fase lignea, realizzata tra la fine dell’VIlI e gli inizi del VII sec.a.C., indiziata dalla presenza di buche di palo, scavate nella roccia, e che in una fase successiva, databile intorno alla metà del VT sec. a.C.,le costruzioni in legno furono sostituite da strutture con filari di fondazioni in ciottoli di fiume, e venne, inoltre, costruito l’edificio II.
Negli 1986-87, altre indagini condotte dalla Soprintendenza archeologica calabrese sotto la direzione di Silvana Luppino, hanno messo in luce un altro deposito votivo e una quarta struttura (edificio IV), costruita intorno alla metà del IV secolo a.C. e identificata come portico di servizio (“stoà”), annesso all’edificio cultuaie.
La scoperta dell’Athenaion di Lagaria dal 1991 a indagare sull’affascinante sito archeologico del Timpone della Motta è una missione dell’Università di Groningen (Olanda), che opera in concessione, sotto la direzione della prof.ssa Marianne Maaskant, che a Francavilla è veramente “di casa”, essendovi venuta la prima volta — come abbiamo ricordato all’inizio del presente articolo.
Nei primi anni Sessanta, al seguito della sua insegnante M.W. Stoop, collaboratrice di Paola Zancani Montuoro, ed essendovi tornata molte altre volte da allora, per ragioni di studio e di ricerca,ma anche per gli intensi rapporti umani che sono nati tra lei e la gente di Francavilla.
La Maaskant è coadiuvata nelle sue campagne di scavo da decine di studenti di università italiane e straniere, tra le quali Roma, Venezia, Bari, Bologna, Losanna, Berna, Cand, Berlino, Leiden e, naturalmente, Croningen, dove lei insegna.
Gli scavi da lei condotti in questi ultimi anni, con grande passione e ammirevole tenacia, hanno portato a grandi scoperte sulla civiltà indigena sviluppatasi a Francavilla prima della colonizzazione greca.
La scoperta più importante effettuata dall’archeologa olandese è quella di un quinto edificio sul Timpone della Molta (il cosiddetto “edificio V”), costruito interamente in legno intorno al 700 a.C. al di sopra di due precedenti capanne enotrie, la prima del Bronzo medio e l’altra dell’età del Ferro. Quest’ultimo edificio fu ricostruito con fondazioni in pietra entro la prima metà del VI sec. a.C. Secondo la Maaskant. tra la fine del IX e l’inizio dell’VIII secolo a.C., sullo stesso posto dove poi sarà edificato l’edificio V, era stato costruito un altare all’aperto ed una capanna con un grande telaio, che probabilmente era usata dalle sacerdotesse per tessere il peplo della dea Athena.
In questa capanna, chiamata suggestivamente dalla Maaskant casa delle tessitrici”, sono stati trovati fornelli di terracotta, grossi vasi d’impasto che contenevano probabilmente la lana e due file di pesi da telaio con decorazioni “a labirinto” su una lunghezza di m.2,20. Sia gli oggetti di bronzo trovati intorno al focolare della “casa delle tessitrici”, sia le imponenti decorazioni “a meandri” e “a labirinti” sui pesi da telaio fanno supporre, secondo l’archeologa olandese, che sull’acropoli del Timpone della Motta, la lavorazione della lana avesse un carattere sacrale e si effettuasse in funzione del culto tributato ad una “dea del telaio” Enotria. Il culto della dea è stato, poi, continuato — rileva la Maaskant nei templi di legno costruiti alla fine del secolo VIII a.C. sopra le antiche case di abitazione dei notabili enotri. Raffigurazioni risalenti _t secoli VIII e VII. infatti, e un’iscrizione del VI sec. a.C. (quella della tabella bronzea di Kleombrotos) provenienti dal santuario, indicano inequivocabilmente che esso era dedicato ad Athena, dea che aveva fra i suoi attributi il lavoro della tessitura,e alla quale si usava offrire stoffe come doni votivi.

Dalla lana all’acqua: il culto di Athena
Il culto di Athena sul Timpone della Molta — argomenta la Maaskant nel suo recente libro “Dalla lana all’acqua” - non era imperniato soltanto sulla lana e sulla tessitura, ma si esprimeva anche con l’uso cultuale dell’acqua.
Gli scavi sul Timpone della Motta, dove sorgeva il Tempio di Athena (“Athenaion”), hanno portato alla luce migliaia di brocchette in miniatura (“hydriskai”) sempre accompagnate da coppette anch’esse in miniatura e coppe “a filetti”. Tra i doni votivi recuperati figurano, oltre alle brocchette. “pyxides”, “aryballoi” e “pinakes” in
terracotta raffiguranti l’immagine venerata della dea o donne in atto di consacrare i doni.
La ripetitività del tipo di doni - fa notare la Maaskant - ci rivela la natura del culto che si praticava nel santuario del Timpone della Motta: un culto incentrato sull’offerta di acqua.
Tutto fa pensare, secondo l’archeologa olandese che i devoti avessero l’abitudine di venire sull’Athenaion con “hydriskai” piene d’acqua, per versarla in onore della dea Athena. Lo facevano nella speranza di ricevere dalla dea Athena lo stesso aiuto che aveva prestato ad Epeo, costruttore del cavallo di Troia e più tardi fondatore di
Lagaria.
Un reperto che testimonia in maniera emblematica il culto dell’acqua praticato nel santuario di Athena a Francavilla, è la cosiddetta “pisside del Canton Ticino” (così chiamata perché il “pezzo”, trovato sul Timpone della Molta, è finito clandestinamente in Svizzera, acquistato da un dentista del Canton Ticino), che raffigura una scena di processione festosa:
una fila di uomini armati è aperta da un suonatore di lira, ed una fila di donne raggiunge una dea in trono. La capofila porta una “hydria” e si capisce che sta per versare acqua in una coppetta tenuta sollevata dalla dea (vedi figura a corredo del presente articolo).
Si tratta, secondo la Maaskant, di una scena dipinta in stile sub-geometrico dell’Italia meridionale intorno al 700 a.C., che ci fa vedere come venivano usate le migliaia di “hidryskai” e coppette trovate sul Timpone della Motta. Il rituale  prevedeva probabilmente che i devoti, dopo aver versato l’acqua in coppette consacrate alla dea. abbandonassero nei pressi del santa rio le loro “hydriskai”, che altro non erano che riproduzioni in miniatura della “hydria”, il tipico vaso greco usato come recipiente per l’acqua,con due anse orizzontali sul ventre e un lungo manico verticale lungo il collo.
Stesicoro racconta di Epeo “portatore d’acqua”.
Nell’ultima parte del suo saggio “Dalla lana all’acqua” la Maaskant osserva che “è evidente che per il culto nel santuario di Athena erano necessarie in primo luogo brocchette per l’acqua e recipienti per bere”. Volendosi spiegare il “perché” di tutto questo, l’archeologa olandese fa un attento esame delle fonti letterarie relative al culto di Athena e trova che in nessuno dei luoghi dove esso fu praticato ,da Atene a Samo, da Argo a Locri Epizefirii, anche se connesso spesso con l’acqua, non risulta mai così strettamente combinato,come avviene nel santuario del Timpone della Motta, con recipienti destinati a contenere l’acqua per bere.
“C’è una sola tradizione letteraria” — rileva con evidente soddisfazione la studiosa olandese - “che si possa mettere in relazione con la presenza dell’acqua nel culto di questo santuario”, cioè nell’Athenaion di Francavilla. Marittima. Si tratta di un frammento di un carme del poeta siccliota Stesicoro di Imera, trasmessoci da un’altra fonte, in cui si legge:
Nel santuario di Apollo a Kart hai si trova trascritto il mito del ciclo troia— no in cui si racconta che Fpeios portava acqua per gli Atridi, come racconta Stesicoro. La figlia di Zeus (Atena) fu mossa a compassione per lui, perché veniva sempre obbligato a portare l’acqua per questi re.
Stesicoro, vissuto in Sicilia dal 632 al 556 a.C., autore dei poemi “La caduta di Troia” e “i ritorni”, è fonte quasi contemporanea al culto che si praticava con l’acqua sull’Athenaion del Timpone della Molta. Nel frammento sopra riportato egli descrive Epeo come l’idroforo (“portatore d’acqua”) di Agamennone e Menelao, un ruolo servile per quest’uomo che, più tardi, avrebbe costruito il cavallo di legno che permise la presa di Troia e che avrebbe poi fondato, nell’Italia meridionale, la città di Lagaria.
Secondo la Maaskant, Stesicoro deve aver dato un grande rilievo all’aiuto e alla protezione che gli assicurava Athena, in cambio dei servizi che aveva prestato durante la guerra di Troia, restando sempre disponibile per trasportare acqua per i sovrani greci.
L’esistenza di un culto espresso con l’acqua sull’Athenaion (portando acqua ad Athena se ne otteneva la protezione), induce a supporre, secondo l’archeologa olandese, che i devoti avessero ricavato dalle informazioni sul loro leggendario fondatore (Epeios).
La citta’ di Lagaria, nelle fonti letterarie, oltre al culto che ad esprimersi con l’acqua, ha altre ragioni - conclude la Maaskant - inducono a pensare che l’Athenaion sull’acropoli del Timpone della Motta fosse il santuario di Epeios ed Athena. Strabone, geografo e storico greco vissuto a Roma sotto  Augusto, così scrive nella sua “Geografia”:
Dopo Thurioi abbiamo Lagaria, città fortificata fondata da Epeios e da abitanti della Focide...
Licofrone, poeta tragico greco del III sec. a.C.. nella tragedia Alessandra racconta che Cassandra, la profetessa troiana, aveva preannunciato che Epeios avrebbe fondato Lagaria e avrebbe lasciato come dono votivo i suoi utensili in un santuario di Athena sulla costa ionica.
Un’altra fonte letteraria, lo Pseudo-Aristotele,colloca la leggenda di Epeo nelle vicinanze di Metaponto, ma non c’è dubbio, ad avviso della Maaskant, che i culti di Athena a Metaponto e a Siris, fossero strettamente collegati con quello di Lagaria.
Considerato che i navigatori greci hanno sempre visto il mondo come incluso nell’orizzonte della civiltà ellenica, mettendo i popoli del Mediterraneo in relazione con i viaggi dei loro eroi, è molto probabile, ad avviso della Maaskant, che gli immigrati greci abbiano collegato il mito di Epeios con l’Enotria centrale, perché mossi dalla loro ammirazione per le abilità artigianali degli Enotri.
Il mito di Epeios - conclude la Maaskant - “s’inquadra in modo sorprendente in una zona in cui si è trovata una gran quantità di manufatti in bronzo, e nella quale si può pensare che la lavorazione del legno fosse molto sviluppata,date le utensilerie portate alla luce dalla Zancani Montuoro e la presenza dei folti boschi del Pollino poco lontano dal sito”:
Gli abitanti di Lagaria - argomenta la Maaskant, in conclusione - si sono identificati per devozione con Epeo e hanno fatto proprio il suo ruolo, riproducendolo nel rito di portare acqua sulla cima dell’Athenaion.
 

Fig 2 “Pisside del Canton Ticino” con raffigurazione di una scena di culto con processione di donne (proveniente dal Timpone della Motta).
Sopra in alto
Fig 1 Ricostruzione dell’Athenaion di Lagaria, sul Timpone della Motta, a Francavilla Marittima.
 

A destra fig. 3
Ritrovamento presso il sito Timpone della Motta
Hydriskai” appartenenti al Tempio V (seconda metà VII sec. a.C.).

Figura n.4
in basso a sinistra
“Pyxides” e “kalathiskoi” in miniatura provenienti dal Tempio V, databili al VII sec.a.C.


Fig. 5 Coppa fenicia sbalzata in bronzo (150 a.C.) trovata nella necropoli di Macchiabate e conservata nel Museo Nazionale della Sibaritide, a Sibari.

Fig. 6 Statuetta femminile in terracotta (c.d. Dama di Sibari), da Francavilla Marittima(terzo quarto del VII sec. a.C.).

Fonti
P. Zancani Montuoro, Necropoli di Macchiabate, in “Atti e Memorie Società Magna Grecia” 1970-71, pp.9-36
MW. Stoop. Santuario di Athena sul Timpone della Motta, in “Atti e Memorie Società Magna Grecia” 1970-71, pp. 37-66
P. Zancani Montuoro - M.W. Stoop - M. Maaskant, Francavilla Marittima, in “Atti e Memorie Società Magna Grecia” 1974-76, pp. 9-174
M. Maaskant Kleibrink, Enotri, Greci e i primi culti nell’Athenaion a Francavilla Marittima, in “Magna Grecia” 1-2/2000
M. Maaskant Kleibrink, Dalla lana all’acqua, culto e identità nell’Athenaion di Lagaria, Rossano 2003

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GLI INTERVENTI SULL’AREA INTERESSATA AL PARCO ARCHEOLOGICO

 

L’area archeologica di Francavilla Marittima è stata oggetto negli ultimi anni di tre interventi:
1) Il primo intervento è stato realizzato, dalla Comunità Montana Alto Jonio, con la legge
64/86 per un importo complessivo di € 472.000,00.
Con questo intervento si è provveduto a) all’esproprio dell’area oggetto di occupazione temporanea per poter effettuare campagne di scavi; b)al rifacimento di un fabbricato esistente da adibire ad antiquarium; c) alla realizzazione di un percorso per raggiungere l’area dei templi.
2) Il secondo intervento è stato realizzato dal Comune di Francavilla Marittima, con il
Programma Operativo Multiregionale Turismo Sottoprogramma I Misura 3
"Itinerari Culturali Interregionali - Magna Grecia" Per un importo complessivo di €. 555.620,00.
Con questo intervento sono stati realizzati:
a) La recinzione di tutta l’area Archeologica;
b) La realizzazione di un area a "Punto di Ristoro";
c) la sistemazione di un area a "Parcheggio";
d) l’ illuminazione dell’area Parco;
e) percorsi interni.

3) Il terzo intervento è stato realizzato con finanziamento del Parco del Pollino riguardante esclusivamente la riqualificazione e la messa in sicurezza dell’antiquarium.
Importo complessivo di circa €
. 75.000,00
Si è provveduto:
a) al rifacimento dell’impianto elettrico; b) alla sostituzione delle porte interne

con nuove in legno naturale non trattato;
c) al ripristino degli infissi e la sostituzione dei vetri normali con quelli stratificati antinfortunistici termici;
d) sistema d’allarme;
e) all’arredamento della esposizione e della sala congressi.

NUOVO E CONCLUSIVO INTERVENTO
Con il nuovo progetto inserito nel PIT Alto Ionio per un importo complessivo di €. 363.119 si
vuole intervenire su tutte e tre le aree del parco, per rendere fruibile e visitabile il parco.

Gli interventi proposti
Realizzazione di una passerella pedonale in legno per l’attraversamento del canale di Dardania.
Recupero delle opere già realizzate e che trovasi in stato di degrado:recinzione, staccionata in legno, parcheggio, impianto di ristoro, viabilità interna.
Antiquarium: a) costruzione di una capanna Enotria tipica, in legno;
b) realizzare dei labirinti in pistacia riproducendo i temi ritrovati sui pesi da telaio in modo creare dei punti di attrazione e di gioco per visitatori sia adulti che bambini.
Necropoli: ricostruzione della tomba denominata "DELLA STRADA", a ridosso dello scavo dell’area di Macchiabbate.

Acropoli: COSTRUZIONE di in piccolo PODIO per consentire la visione globale dell’area dei templi; riempimento di buche, che rappresentano gli alloggiamenti delle colonne antiche, diversamente colorate,allo scopo di visualizzare in modo perfetto anche dall’alto le varie piante dei templi di legno.

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