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Cenni storici:
Il comune di Francavilla Marittima ha origini remote. In località
Timpone della Motta, (uno dei siti archeologici più significativi
dell'alto Jonio che testimoniano che la città risale all'VIII
sec.a.C. Si ritiene che oltre alla frequenza indigena del sito,
successivamente si è aggiunta quella degli Achei che fondarono
Sibari.), reperti archeologici fanno supporre
che vi fosse ubicata l'antica Lagaria, citata da Strabone e fondata
da Epeo, costruttore del cavallo di Troia.
I ritrovamenti della necropoli di Macchiabate hanno portato
alla luce ricchissimi corredi tombali che, insieme ai reperti di
Timpone della Motta, si trovano al Museo di Sibari.
Gli storici fanno risalire la fondazione di Francavilla ai
feudatari Sanseverino (l'impianto dell'odierno centro abitato pare
risalga al XVI sec.), principi di Bisignano, ai quali appartenne
prima di passare ai Serra, Duca di Cassano, che la tennero fino al
1806.
Nel 1805 la miracolosa apparizione della Madonna degli Infermi
riunirà il popolo di Francavilla in un'unica devozione.
Successivamente divenne una zona prettamente agricola e soltanto nel
1911 Francavilla divenne Comune e nello stesso anno si ebbe il primo
insediamento industriale con una fabbrica di legname. Il centri si è
denominato Francavilla fino al R.D. del 4 gennaio 1863 n.1196.
• Zona archeologica "Timpone della Motta". Gli insediamenti sono
documentati dal bronzo recente al periodo del bronzo finale (XIII-X
sec. a. C.).
In contrada Macchiabate è avvenuto un ritrovamento di 70 tombe
appartenenti ad una necropoli risalente al VIII sec. a. C.
PATRIMONIO ARCHITETTONICO
• Chiesa della Madonna degli Infermi.
• Chiesa della Madonna del Carmine.
• Chiesa Madre.
• Cappella di S. Lucia.
• Cappella S. Emiddio.
• Palazzo Rovitti.
• Palazzo De Santis.
• Palazzo Rizzi.
• Palazzo Montilli.
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Note turistiche: Francavilla
Marittima è base per passeggiate ed escursioni sul Pollino. Per
informazioni rivolgersi a Pietro Di Vincenzi presso la Pro-Loco (Tel.
994289). Passeggiate al bosco di Cernastasi, con annessa area
attrezzata per ristoro e svago, dove in alcuni periodi dell'anno si
può intravedere tra gli alberi il gheppio, un falchetto abbastanza
raro. In agosto, in occasione dei festeggiamenti della Madonna degli
Infermi, si svolge la caratteristica sagra dei firzuoli (pasta fatta
in casa) e il 17 agosto la sagra della stigliola. Il 1° e il 13
dicembre, in occasione della festa di S. Lucia, si tiene una grande
fiera. Si possono acquistare vini, dolci tipici, frutta secca. E'
presente l'artigianato del ferro battuto.
Cartografia:Istituto geografico
militare (IGM), carta d'Italia 1:25.000 (ultimo aggiornamento 1958),
foglio 221, quadrante I, tavolette: SO Frascineto, SE Cerchiara di
Calabria; quadrante II, tavoletta NE Francavilla Marittima.
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Articoli su
Francavilla Marittima (storia e archeologia) |
Note storiche su
Francavilla Marittima di Giuseppe Altieri
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Francavilla
Marittima venne fatta edificare nel XVI sec., dai Principi
Sanseverino di Bisignano feudatari di Cassano.
"L’esistenza del tenimento di Francavilla si desume da un diploma
del febbraio 1169, con il quale il Re Guglielmo II
confermò al monastero cistercense della Sambucina di Luzzi il
possesso della terra di “Divisa”, che si trovava fra il
territorio di Cassano e quello di Cerchiara. L’identificazione della
terra di Divisa con quella di Francavilla è stata fatta nel XIII con
una annotazione al margine sinistro del diploma così scritta
“privilegium de tenimento Francavillae”. Questo tenimento già noto è
attribuito, al monastero di S. Maria della Mattina, presso San Marco
Argentano, come risulta dalla bolla di Bonifacio IX scritta il
23/09/1402.
La decisione della famiglia Sanseverino, quindi non fu altro che un
ripopolamento del tenimento già esistente e il suo riconoscimento
giuridico".1
Nel Medioevo, la Diocesi di Cassano era formata da paesi e casali.
Cassano con i suoi casali includeva anche Francavilla, ricorre per
qualche secolo nella toponomastica un arciprete di Castrovillari che
successivamente compare anche in alcune persone.
Alla fine del Medioevo compare un arciprete nella persona di
Ambrogio Reale a Francavilla che è teste in un atto del 1505. In
tale secolo fu eretta la Parrocchia della S.S. Annunziata il cui
Parroco era proprio Ambrogio Reale.
Il luogo di Culto esisteva già da parecchi anni divenne Parrocchia
proprio con la nomina di Ambrogio Reale nel 1505. Fino al 1402
Francavilla apparteneva a S. Maria della mattina e dal 1402 al 1571
a quello di Cassano, acquistando la propria autonomia nel decennio
Francese.
Gli abitanti alla fine del diciassettesimo secolo erano 200 con
quattro preti e un diacono e fino al 10 febbraio 1910 Francavilla
aveva un Vicariato nel casale di Lauropoli, quello di S. Maria della
Purificazione. Francavilla ha nella Chiesa dell’Annunziata la chiesa
madre, all’interno nella parte destra della navata centrale si trova
un Altare ligneo della Madonna del Rosario, databile intorno al 1780
di notevole valore artistico con lavorazioni ad incisione ed
intaglio.
Nella parete dietro all’altare si conserva un affresco dedicato alla
Chiesa dell’Annunziata di pregevole fattura che
rappresenta l’Annunciazione del Signore, con tecnica ( ad affresco)
databile intorno al 1770 di Autore ignoto, probabilmente di scuola
napoletana molto fiorente in quel periodo nel territorio, del resto
gli esempi di scuola napoletana si hanno in altre chiese del
circondano, (vedi Cerchiara, Castrovillari, Rossano, ecc..). Un
altro esempio artistico di valore - il ciborio in legno che pare sia
lo stesso di quello che si trova nella chiesa madre di Villapiana.
Il Paladino avendo eseguito dei lavori di restauro, anni fa, in
quello di Villapiana sostiene che quello
custodito nella chiesa madre di Francavilla sia stato offerto dai
Villapianesi nel 1910 ai Francavillesi in segno di amicizia tra i
due popoli. La datazione incerta, approssimativamente sempre secondo
il Paladino può essere databile intorno al 1870 - 1880.
Altro esempio di opera importante sempre all’interno della chiesa
madre la statua lignea del Crocifisso, non meno importante rispetto
alle altre opere, databile intorno al 1810 di autore ignoto.2
Nel 1805 la miracolosa apparizione della Madonna degli Infermi
riunirà il popolo di Francavilla in un'unica devozione.
Successivamente divenne una zona prettamente agricola e soltanto nel
1911 si ebbe il primo insediamento industriale con una fabbrica di
legname. Il centro si è denominato Francavilla fino al R.D. del 4
gennaio 1863 n.1196.
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Note:
1 Don Vincenzo BARONE “CERCHIARA DI CALABRIA”
2 Ricerca sulle origini di Francavilla di Giovanni
RICCARDI
N.B. Le foto di questo articolo sono tratte dal CD ROM “FRANCAVILLA
MARITTIMA” realizzato cura dell’amministrazione Comunale di
Francavilla Marittima con il patrocinio della Comunità Montana
Alto Ionio di Trebisacce.
Dal periodico di informazione e cultura di Cariati e della
Sibaritide Il Ponte articoloco di Franco Liguori
Francavilla Marittima al Museo
di Sibari
"Sibari è una patria universale, una leggenda mondiale, un bene dell'umanità intera": così ha dichiarato il
sottosegretario ai Beni culturali Vittorio Sgarbi nel corso del convegno e della cerimonia di presentazione svoltisi
il 13 novembre 2001 nella sede del Museo di Sibari, per la restituzione di cinquemila reperti
trafugati dal sito archeologico di Timpone della Motta, in territorio comunale di Francavilla Marittima, a metà degli anni settanta e
chissà come finiti nelle vetrine del "J.P.Getty Museum" di Malibù e dell’Istituto di Archeologia Classica
dell'Università di Berna (Svizzera). Con Sgarbi, c'erano il soprinten- dente-archeologo della Calabria Elena
Lattanzi, la direttrice del Museo della Sibaritide Silvana Luppino, il soprintendente-archeologo degli scavi di
Pompei Pier Giovanni Guzzo, il generale dell'Arma dei Carabinieri Roberto Conforti, responsabile della tutela del
patrimonio culturale. E, inoltre, il prof. John Papadopulos, del Museo J.P. Getty di Malibu e il prof. Dietrich
Willer, direttore dell'Istituto di Archeologia Classica dell'Università di Berna. Numeroso e qualificato il pubblico
degli invitati all'importante cerimonia: studiosi, uomini di cultura, politici, amministratori del territorio
della Sibaritide. Come è stato giustamente rilevato in tutti gli interventi dei vari relatori, da Vittorio Sgarbi a Pier
Giovanni Guzzo, da Elena Lattanzi a Dietrich Willer, quella del 13 novembre 2001 è stata per la Calabria e per il
Museo della Sibaritide una giornata storica e indimenticabile, perché ha visto il ritorno nella loro sede naturale
di una vasta quantità di preziosi reperti provenienti da uno dei siti più importanti e più fertili di ritrovamenti
di tutta la regione, quello di Francavilla Marittima, nel cui territorio fiorì una delle 25
"poleis" assoggettate da Sibari, di cui parla Strabene. Dell'antico insediamento, tra gli ulivi e i cespugli, sono state rimesse in luce le
fondazioni di edifici a pianta rettangolare, costruiti con blocchi di pietra. Sull'acropoli (Timpone della
Motta) sono affiorati i resti di un grande santuario dedicato ad Athena, le cui testimonianze vanno dal VII al IV secolo
a.C. Il santuario di questa divinità, nel quale convenivano sia gli abitanti della non lontana Sibari, sia gli
indigeni che ancora abitavano tutt’intorno, non fu istituito "ex novo". La collina della Motta era stata, infatti,
sede di un importante centro abitato da Enotri, fin dall’età del Bronzo (Il millennio a.C.). Numerosi sono i
depositi votivi dell'area che hanno restituito materiali compresi tra il 730 e il IV sec. a.C.: terrecotte votive,
metalli,oggetti d'ornamento e un'enorme quantità di ceramica, d'importazione e locale. Vale la pena ricordare che quando fu istituito il Museo della Sibaritide, nel 1969, il materiale esposto nelle vetrine del piccolo edificio del
Consorzio di bonifica, adibito a sede provvisoria del Museo stesso, era costituito in prevalenza dai reperti
provenienti da Francavilla Marittima, più precisamente dai siti di T'impone della Motta e Macchiabate. Quei
materiali, dal 1996, hanno trovato più decorosa sistemazione nel nuovo museo di Sibari, che custodisce oggi numerosi altri reperti di varie epoche, provenienti sia dagli scavi di Sybaris-Thurii-Copia, sia da tanti altri siti della
"chora" sibarita. Ma i reperti del Timpone della Motta custoditi dal Museo di Sibari fin dal 1969, non sono gli
unici ad essere stati trovati in quell'importante località archeologica. Molti altri reperti, non meno importanti
furono portati alla luce, negli anni settanta, in q[ueì sito, non però in seguito a regolari campagne di scavo
controllate dalla Soprintendenza archeologica regionale, ma in conseguenza di vere e proprie "devastazioni" operate
clandestinamente da "tombaroli" senza scrupoli, che hanno venduto illecitamente i preziosi materiali trafugati a
Francavilla a collezionisti privati o a importanti istituzioni museali straniere come l'Istituto di Archeologia
Classica di Berna o il "J.P. Getty Museum" di Malibu (California), sottraendoli in tal modo al territorio in cui
erano stati prodotti e al quale appartenevano (la Sibaritide), al Museo che documenta la storia di questo territorio
(il Museo Archeologico Nazionale della Sibaritide) e, soprattutto alla fruizione delle popolazioni locali e elle
miglia di turisti, italiani e stranieri, che ogni anno si riversano nella nostra regione, richiamati dal mito e dal
fascino della civiltà magnogreca.
Come si diceva sopra, ad accaparrarsi i preziosi materiali scavati
clandestinamente sul Timpone della Motta di Francavilla, furono, tra la metà degli anni Settanta e i primi anni
Ottanta, l'Istituto Archeologico dell'Università di Berna, il Museo Paul Getty di Malibu e il "Ny Carlsberg
Glyptothek" di Copenaghen. Al momento dell'acquisizione, naturalmente, non si conosceva la provenienza degli
oggetti, anche se la tipologia dei reperti (ceramica, terracotta, bronzi), lasciava facilmente intuire che essi
erano pertinenti ad un santuario arcaico della Magna Grecia. Solo a partire dai primi anni novanta, però, in seguito
all'attenzione richiamata su questi reperti da alcuni studiosi, si è iniziato a ipotizzare che tali materiali
archeologici provenissero dall'area sacra del santuario di Athena sul Timpone della Motta (Francavilla M.ma).
Fu
così che nel 1995 il nostro Ministero dei Beni culturali si è fatto promotore della costituzione di un gruppo
internazionale di lavoro al quale fu affidato il compito di condurre uno studio comparato dei reperti conservati al
Museo Paul Getty di Malibu, all'Istituto di Archeologia Classica di Berna e al Museo della Sibaritide.
Foto sulla destra: Aryballoi con l'immagine della Chimera Scavi
di Francavilla Marittima, 2005 |
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Dopo sei anni
di approfondite ricerche, alle quali hanno collaborato qualificati studio Motta. In seguito a questa acquisita certezza, il Museo Paul Getty di Malibu e l'Istituto di Archeologia Classica di Berna, hanno deciso di restituire
all'Italia i reperti in questione (ben cinquemila) che il 24 luglio 2001 sono stati ufficialmente affidati in
custodia al Museo Archeologico della Sibaritide. Iniziativa, questa, veramente rara e degna della massima lode, che
è stata unanimemente apprezzata ed elogiata nel corso della manifestazione del 13 novembre u.s. dal sottosegretario Sgarbi, dagli studiosi, dai politici e dai soprintendenti alla tutela e alla salvaguardia del nostro ricco
patrimonio archeologico. Con i reperti più belli dei cinquemila pezzi restituiti è stata allestita in una sala del
Museo di Sibari una ricca Mostra dal titolo: Offerte alla dea di Francavilla Marittima da Berna e da Malibu . Sono
reperti che coprono un arco cronologico compreso tra la fine delI'VIII secolo (coppe di tipo Thapsos) e la seconda
metà del VI sec. a.C. (ceramica attica a figure nere). Prevalgono i prodotti corinzi: vasi per bere (coppe) e vasi
connessi alla sfera femminile (pissidi), ma anche vasi per versare ("lekythoi" coniche e "oinochoai" a fondo largo)
e piccoli contenitori per olii e unguenti profumati ("aryballoi" e "alabastra"). Non mancano i frammenti di ceramica
di produzione indigena enotria. Di particolare rilievo sono due frammenti di figura femminile stante, attribuibili
al tipo della cosiddetta "Dama Ji Sibari, e una statuetta di divinità femminile - probabilmente Athena - seduta
all’interno di un tempietto, proveniente da una collezione privata svizzera.
PERCHE’ IL SITO DI FRANCAVILLA E’ L’ANTICA LAGARIA
Le ragioni della Prof.ssa Marianne Kleibrink di Pino Altieri
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Nella IIa Giornata d’Archeologia
Francavillese è stato presentato il
volume della Prof.ssa Marianne
Kleibrink:DALLA LANA ALL’ACQUA -
Culto e identità a Lagaria, con
cui per la prima volta dopo un
decennio di intenso lavoro,
l’archeologa olandese, si
pronunzia sul sito di Lagaria,
collocandolo a Francavilla.
Ecco
in breve le sue argomentazioni:
1. I Resti dei tre monumentali templi lignei sull’Acropoli del Timpone della Molta, risalenti alla fine del
secolo VIII a.C, costituiscono i più antichi templi di cui abbiamo conoscenza sul suolo d’Italia, unitamente
all’unicità del sito, (solo a Macchiabate siamo in presenza di un trittico composto da villaggio, necropoli
ed acropoli). |
2. Il culto di Atena sul Timpone della Motta non era imperniato soltanto sulla lana e sulla tessitura, ma si
esprimeva anche con l’uso cultuale dell’acqua. Lungo il perimetro di tutti i templi, ma anche del muro di
difesa dell’Athenaion, si sono trovate migliaia di brocchette in miniatura (le cosiddette hydriskai), sempre
accompagnate da coppette in miniatura (tra cui kanthariskoi) e coppe (coppe a filetti). Il ripetersi di tali
giochi identici di doni ci rivela la natura del culto che si praticava in questo santuario: era, soprattutto, un
culto incentrato sull’offerta di acqua. Tutto fa pensare che i devoti solessero venire all’Athenaion con
hydriskai piene d’acqua, per versarla in onore della dea Atena. Lo facevano nella speranza di ricevere dalla
dea Atena lo stesso aiuto che ella aveva prestato ad Epeios, costruttore del Cavallo di Troia.
3. Quando Paola Zancani Montuoro unitamente all’archeologa olandese M. Stoop si precipitano ad aprire la
tomba di mezzo, si trovano in presenza di vari suppellettili d’uso. Hanno un soprassalto: si trovano in
presenza di un’ascia e di un piccolo scalpello. Non potevano essere questi gli strumenti dell’artigiano
divinizzato? Gli utensili con il quale EPEO aveva costruito il CAVALLO DI TROIA?>> Lo scalpello,
trovato insieme con l’ascia da Paola Zancani Montuoro nella tomba centrale del Cerchio Reale sul
Macchiabate, è certamente un esempio degli utensili che si trovano scavando in tombe speciali di uomini
dell’aristocrazia enotra, l’impiego di tali utensili come doni funerari è un riferimento alle abilità degli
uomini nella lavorazione del legno e del bronzo, parallelamente a come i pesi da telaio in tombe dal
contenuto dovizioso in cui erano sepolte donne si riferiscono a speciali abilità muliebri nella tessitura. Il
tutto può ricondursi solo alla casualità alla coincidenza, al puro caso? O non siamo in presenza di un altro
elemento probatorio di una intuizione che si basa sulle conoscenze
finora acquisite?
4. Le fonti letterarie:
- Le citazioni del poeta siciliota Stesicoro che racconta di Epeios come portatore d’acqua
per i sovrani i greci, ci induce ad identificare il suo ruolo
con quello dell’ idroforo.
- La citazione di Strabone che identifica
così Lagaria: dopo Thurioi (la città che
si costruì al posto di Sybaris distrutta nel
510 a.C.) abbiamo Lagaria, città
fortificata fondata da Epeios. Solo il sito
di Francavilla è fortificato con imponenti
mura di recinzione.
- a confutazione pignola, pregnante e
puntuale, delle tesi della prof.ssa
francese De la Genière che colloca il sito
di Lagaria ad Amendolara, effettuata
dalla prof.ssa Kleibrink, ci induce ad
affermare in modo definitivo che il sito
di Francavilla è l’antica Lagaria.
Se queste ragioni, tratte dal libro, DALLA LANA
ALL’ACQUA - Culto e identità a Lagaria, espresse in modo schematico e sintetico, non vi dovessero
convincere o se volete approfondire un argomento del dibattito storico, certamente affascinante ma che a primo
acchito, sembrerebbe destinato solo agli esperti del settore, vi suggeriamo vivamente di leggere il Libro della
prof.ssa M. Kleibrink vi accorgerete che l’archeologia non è sempre, argomento per pochi appassionati, bensì può
essere, come in questa caso, alla portata di tutti coloro che vogliano conoscere il proprio passato ed affrontare
con più fiducia e speranza il proprio futuro.
Breve cronologia degli scavi
La prima notizia di ritrovamenti archeologici nel territorio di
Francavilla si ebbe nel lontano 1879, fu il signor ispettore M. G.
Gallo, che segnalò il ritrovamenti di reperti durante i lavori del
terzo tronco per la costruzione della nuova strada del Pollino.
Il documento che pubblichiamo a parte, per cortesia di Ettore Angiò,
oltre alla descrizione dei reperti trovati, nella parte conclusiva
già ipotizza che “al credere del prefato sig. ispettore, questi
avanzi appartengono a qualche tomba dell’antica città di LAGARIA”.
Nei lontani anni Trenta del Novecento sono affiorati, in varie
località (Macchiabate, Timpone dei Rossi e Timpone della Motta)
avanzi di una cultura indigena protostorica, rappresentati
principalmente da corredi tombali, e resti notevoli di un
insediamento greco-arcaico. I reperti venuti alla luce in quel
periodo, quasi sempre frutto di scoperte casuali ad opera dei
contadini del luogo, furono raccolti con amorevole cura, per oltre
un trentennio, dal medico del paese, il dottor Agostino De Santis,
appassionato ed esperto di archeologia, ispettore onorario
alle antichità, lui stesso scopritore di un’importante tomba in
contrada Macchiabate, La cosiddetta "Tomba delta strada".
Nel 1961, nel corso del primo convegno di studi magnogreci a Taranto
il grande archeologo Amedeo Maiuri che era venuto a conoscenza dei
ritrovamenti di Francavilla e aveva fatto visita al
medico-archeologo Agostino De Santis documentandosi di persona sui
preziosi reperti da lui collezionati definiva Francavilla Marittima
una dalle mete più urgenti della ricerca archeologica nella
sibaritide per lo studio dei rapporti tra popolazioni indigene e
coloni greci. Il tema di quel primo convegno tarantino era: greci e
Italici in Magna Grecia.
Da allora, grazie anche alla sollecitazione del dott. Tanino De
Santis, figlio di Agostino e continuatore dell’opera del genitore a
favore della ricerca archeologica a Francavilla, i siti di
Macchiabate e di Timpone della Motta cominciarono finalmente ad
essere studiati e indagati con Figura 1 Francavilla Marittima
Panorama regolari campagne di scavo.
Nel 1965 la Soprintendenza archeologica della Calabria, in
collaborazione con la Società Magna Grecia (presieduta all’epoca da
Umberto Zanotti Bianco intraprendeva i primi lavori di scavo a
Francavilla, affidandone la direzione a Paola Zancani Montuoro.
Nel 1969, con l’inizio degli scavi di Sibari, s’interrompono
bruscamente le indagini sui siti, di Francavilla e inizia un periodo
di abbandono e di disinteresse per quell’area archeologica, del
quale approfitteranno gli scavatori clandestini che saccheggeranno
abbondantemente il Timpone della Motta e Macchiabate.
Gli scavi regolari sono ripresi a Francavilla nel 1982-83. A cura
della Soprintendenza archeologica della Calabria. Sono stati
studiati più approfonditamente i tre edifici religiosi scoperti sul
Timpone della Motta negli anni Sessanta.
Nel 1986/87 altre indagini condotte dalla Soprintendenza
Archeologica calabrese sotto la direzione della dott.sa Silvana
LUPPINO, hanno messo in luce un altro deposito votivo e una quarta
struttura (Edificio IV).
La Breve ripresa degli scavi da parte della soprintendenza
archeologica della Calabria è servita anche a bloccare
momentaneamente il fenomeno dei tombaroli clandestini.
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Nella foto
accanto studenti impegnati negli scavi.
Dal 1991 ad indagare
sull’affascinante sito del Timpone della Motta è una missione
dell’Università di Groningen sotto la direzione della prof.ssa
Marianne Maaskant. p.a
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Tabella bronzea:
testo
Museo Nazionale Archeologico della Sibaritide
Interpretazione del testo:
“Kleombrotos figlio di Dexilawos avendo vinto in Olimpia in gara
con (atleti) pari per altezza e corporatura, dedicò (questa)
edicola ad Athana, secondo il voto fatto di (offrirle) la decima
dei premi (ottenuti)”.
GIOVANNI PUGLIESE CARRATELLI
Bibliografia:
ASMG n.s. VI - 1965; pagg.5-17. |
Un quartiere di
Lagaria: l'altopiano I
L’altopiano dove
oggi si trova il Museo di Francavilla Marittima, purtroppo è
stato in parte distrutto nel 1959 durante la costruzione
dell’Acquedotto dell’Eiano e poi profondamente arretrato e
sconvolto. Però, le ricerche archeologiche hanno potuto
individuare tre terrazze, usate in diversi modi durante i vari
periodi:
1. Nel Bronzo Medio la terrazza inferiore vicino al Raganello
(livellata artificialmente) era sede di capanne lunghe che
circondavano uno spazio interno, usato come ‘giardino’ per
coltivare grano e legumi e per tenere dentro nei tempi
stagionali adatti il bestiame: vacche, suini, pecore e capre. Le
ossa di cani nonchè i luoghi del BM scoperti nella zona
‘Sellaro’ indicano una transumanza di poca distanza.
Probabilmente già in questo periodo fu scavata una fossa
difensiva intorno al pianoro. |
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2. Nel Bronzo
Recente e Finale le attività sulla Motta erano poche.
3. Durante il Primo Ferro (IX, VIII sec. a.C.) tutte le terrazze
erano densamente occupate da capanne. Si conosce bene i resti di una
delle capanne enotrie, anche se troncata dalla ‘Casa al Muro Grande’
dell’epoca coloniale. La capanna enotria aveva circa tre grandi doli
per derrate e vasellame d’impasto nella cucina, nonchè ceramica
dipinta in stile Geometrico enotrio per la tavola. Pesi di telaio,
piccoli e più grandi – ma non pesanti come sull’Acropoli – insieme a
fusaiuole indicano il lavoro delle donne di casa. La capanna non
contiene ceramica dipinta bicroma, un’indicazione, insieme a due
brocche d’importazione, che non soproviveva il 700 a. C.
4. Durante il VII a C. le attività erano poche o non esistenti.
5. Durante il VI secolo a. C. il pianoro fu usato per un denso
programma d’edilizia, tre file di case, coprivano le tre terrazze
del pianoro. Queste case erano costruite con tre vani aperti su un
portico meridionale.
I resti archeologicamente rinvenuti somigliano alle case trovate a
Stombi di Sibari e ad Amendolara e fanno pensare ad una dominanza di
Sybaris durante il VI secolo a. C.
TIMPONE DELLA
MOTTA (IL SITO DI LAGARIA)
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Sull’Acropoli di
Timpone della Motta era localizzato un santuario per la Dea Atena
che dominava, per la posizione geografica della collina, la centrale
piana di Sibari e la vallata del Raganello. Nell’antichità lagune
costiere, laghi e
paludi interni comunicavano fra Raganello, Crati e mare Ionio. Il
tempio principale del santuario era quello che oggi chiamiamo
Edificio III, era fiancheggiato da un tempio al lato nord e uno a
sud, gli Edifici I e V. Il santuario ha avuto diverse fasi
cronologiche ed è lo studio dell’Edificio V, l’ultimo scoperto e
ancora in fase di scavo, che può chiarire la vita del santuario,
poichè gli edifici scoperti negli anni 1963-‘69 (I, II e III) hanno
una stratigrafia confusa. Secondo la Maaskant Kleibrink tra la
seconda metà del IX e l’inizio dell’VIII sec. a. C. fu costruito
sullo stesso posto dove poi sorgerà l’Edificio V, una grande casa
lignea con un cortile cintata di mura ad ovest contenente un
focolare/altare e una stanza absidiale orientale con un grande
telaio. I fornelli di terracotta, grossi vasi d’impasto e le due
file di pesi di telaio con decorazione a meandro e a labirinto su
una lunghezza di 2.20/2.60 cm nella stanza del telaio indicano già
una lavorazione della lana e/o lino specializzata, probabilmente la
produzione di tessuti decorati con disegni. Le fibule, collane e
fermatrecce di bronzo vicino al focolare/altare e le due paperine
laconiche di bronzo trovate nella casa, insieme alle decorazioni con
uccelli acquatici su pesi di telaio, brocche e vestiti femminili,
indicano la presenza di una ‘Casa del Telaio’ molto speciale.
Uccelli (e uova) si presentano con grande regolarità nella
tradizione indo-europea della tessitura, come anche una Protettrice
e le sue feste sacre con tessuti speciali.
A questa prima fase, forse una delle più antiche fasi cultuali
dell’Enotria, seguì una costruzione templare imponente degli edifici
III, V e I, dove l’alzato era costruito con pareti d’argilla e
paglia e il tetto con l’aiuto di pali di legno infissi nella roccia
appositamente tagliata, questa fase è datata intorno a 700 a.C.
Questa ricostruzione del santuario era necessaria perchè le feste
per la Dea portavano con grande regolarità
molta gente con doni in mano. Specialmente hydriskai (piccole
brocchette per l’acqua) e coppe per bere, insieme a pyxides (scatole
di terracotta) e kalathiskoi (imitazioni in terracotta di cestini
per la lana). Con le hydriskai portavano acqua alla Dea Atena e
sembra che portavano anche fiocchi di lana. Un’ immagine, databile
intorno a 700 a.C., trovata sull’Acropoli (ma rubata), dimostra la
scena di culto.
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Il portare
d’acqua (che manca sull’Acropoli) alla Dea Atena è legata alla
leggenda di Epeio; lui stesso portava durante la guerra Troiana
sempre l’acqua agli eroi e perciò la Dea Atena l’aiutava sempre.
E’ evidente che il culto sull’Acropoli di Timpone della Motta,
dove la gente veniva in continuazione con hydriskai pieno
d’acqua - sono stati trovati migliaia di vasetti - indica il
sito come LAGARIA, città fondata da Epeio nord di Thurioi come
ha scritto Strabone.
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La terza fase di
costruzione, cominciata circa 660/’50 a.C., vede la ricostruzione
degli edifici III, I e V in mattoni crudi su fondazioni parzialmente
messe in trincee tagliate nella roccia. In questa fase i tetti non
erano più di paglia ed era necessario mettere le fondazioni ad ovest
e nord in trincee per superare i dislivelli dei muri. In questa fase
il santuario è molto ovviamente legata a Sybaris e a un piccolo
santuario della Dea Atena a Torre Michellicchio, vicino la colonia
greca, dove probabilmente i Sybariti partivano per le processioni
alla Dea Atena di Lagaria. A Michellichio e sull’Acropoli di Timpone
della Motta troviamo le stesse terracotte con l’immagine della Dea.
Però, solo sul Timpone della Motta si trovano i pinakes (le
plaquette sacre) che indicano, insieme a migliaia di coppette e
hydriskai, il luogo di culto principale.
La quarta fase vede la (ri)costruzione degli edifici I, II, III e IV
nonchè di un grande muro di recinto intorno all’Acropoli di Lagaria.
Cronologicamente con queste costruzioni siamo nel VI sec. a. C. ed
in connessione con le case coloniali dello stesso periodo ritrovati
sui pianori che circondano l’acropoli.
L’edificio V fu coperto con un strato spesso di ghiaia per creare un
terrazzo artificiale e mettere un tempio nuovo, che non è stato
conservato dalla Cappella Bizantina costruita sul posto nel X
secolo.
Più tardi (V e IV secolo a C.) il culto della Dea Atena fu
accompagnato da uno per Pan e le Ninfe; probabilmente durante gli
sconvolgimenti dai Brettii il santuario fu distrutto.
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Bronzetti
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La necropoli di Macchiabate
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La
necropoli di Macchiabate, scavata non completamente dalla
Zancani Montuoro negli anni sessanta, è formata da quasi 200
sepolture, le tombe sono dei tumuli di pietra di forma circolare
od ellittica. I tumuli non hanno muretto di contorno o fossa o
delimitazione del piano deposizione: il morto era deposto con le
gambe ritratte su uno strato di sabbia e vicino a lui era
disposto il suo corredo funebre composto da vario vasellame di
ceramica ed oggetti in metallo, generalmente bronzo, che
facevano parte del vestiario del defunto (bracciali, anelli,
cinturoni, fibule ecc.) o armi se si trattava di un uomo di
rango elevato. Le tombe non avevano assi o impalcature di legno
e le pietre erano poste direttamente sul morto e sul suo
corredo.
La deposizione inizia nell’età del Ferro e sono quattro
categorie di tombe:
1. sono molto omogenee tra loro nella tipologia del corredo e
non presenta contatti con il mondo marittimo del bacino del
Mediterraneo; |
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Macchiabate Tumoli di Tombe |
2. presenta nel
corredo tombale oggetti giunti via mare: pisside sferica, sigilli,
la famosa coppa fenicia. Questo testimonia contatti con il
mondo greco-orientale già nel periodo del geometrico medio e recente
ancora prima cioè del movimento coloniale greco che portò alla
fondazione di Sibari nel 708-707 a.C.
3. oggetti d’importazione Corinzia e d’imitazione coloniale;
4. Tombe a fossa con sviluppo a spirale. (Seconda metà del VII e VI
a.C.)
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Da un
racconto sulla campagna di scavi condotta dalla famosa
archeologa italiana Paola Zancani Montuoro insieme alla sua
collaboratrice M.W. Stoop
Nel giugno del
1963 si svolge la prima campagna di scavo.
..."Una bella
mattina viene alla luce un complesso di tombe la cui posizione
poteva far pensare al Cerchio Reale (si chiama così una serie di
sepolture a collana con una più grande al centro: apparato
funebre arcaico riservato di solito a sovrani e agli eroi
divinizzati).
Ecco le due scineziate precipitarsi ad aprire la tomba di mezzo.
Che cosa trovano accanto ad ossa e a suppellettili d'uso? Hanno
un soprassalto: trovano un'ascia! Non poteva essere questo lo
strumento di un artigiano divinizzato, l'utensile con il quale
Epeo aveva costruito il Cavallo di Troia?". |
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Martedì 27Aprile
2004 il Domani APPUNTAMENTI CALABRIA
Omero a Francavilla
Marittima
Sul Timpone della Motta identificati i resti della mitica Lagaria.
C’è stata una
volta una guerra da cui il tempo avrebbe saputo lentamente
distrarre il ricordo fino relegarla, come tante altre,
nell’oblio, se non fosse stata scritta e tramandata da uno o più
poeti di lingua greca, che riassumiamo nel nome di Omero: la
guerra di Troia.
Tutti ricordiamo, non fosse altro che per dovere scolastico, la
guerra dei Greci contro la piccola città arroccata su una
collina dell’attuale Turchia settentrionale; l’estenuante
assedio di dieci anni; l’ira di Achille - il più valoroso dei
guerriglieri micenei - contro il re Agamennone; la morte di
Patroclo, il caro amico di Achille, per mano di Ettore, principe
e eroe troiano splendido anche nella morte cruente
infertagli da un Achille furioso e dimentico persino del
rispetto degli anziani e dei morti. |
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Infine a
nessuno sfuggirà il ricordo dell’agognata soluzione del
conflitto, con lo stratagemma ideato da Ulisse, da allora in poi per
tutti “l’astuto”: l’invio a Troia del cavallo di legno con la pancia
piena di eroi greci, cavallo accolto - nonostante i disperati
ammonimenti di Cassandra, la profetessa destinata a non essere
mai ascoltata - dagli ingenui Troiani come un dono degli dei.
L’idea fu di Ulisse, ma passa solitamente sotto silenzio colui che
materialmente costruì il cavallo, che pure è citato da Omero. La sua
fama fu quella di un semplice artigiano, un gigantesco
bizzarro personaggio che non meritò durante gli anni
dell’assedio altro che la derisione dei guerrieri micenei, tutti
belli forti biondi determinati e donnaioli - come Omero ce li
racconta. Epeios non poteva reggere il confronto: nato
codardo, nonostante la stazza, pavido di fronte ai
giavellotti, venne usato dal re Agamennone e da suo fratello Menelao
per l’ingrato compito di trasportare l’acqua all’accampamento, tanto
che il suo nome venne poi associato agli asini idrofori. La sua
mansuetudine e la fedele costanza nel lavoro non gli risparmiarono
le risate a crepapelle degli eroi, quando lo videro lanciare il
disco in occasione dei giochi funebri voluti da Achille in onore di
Patroclo.
Eppure era anche un buon pugile, diciamolo un omone dotato di forza
bruta e non raffinata, che lo escludeva dalla schiera dei vincenti.
Epeios conosceva bene la forza delle sue mani: da quell’abilissimo
artigiano che era, in breve costruì il cavallo di legno che avrebbe
fatto la fortuna del suo re e dei Greci micenei. Soprattutto, la sua
dedizione muta al faticoso trasporto quotidiano dell’acqua gli
attirò la simpatia della dea Atena, che gli apparve in sogno e gli
ordinò di donarle gli utensili che aveva adoperato per la
costruzione del cavallo.
La stessa Cassandra preconizzò che Epeios avrebbe dedicato i suoi
attrezzi in un Athenaion costruito dove lui stesso avrebbe fondato
la città di Lagaria, poco a Nord del territorio della colonia di
Sibari, a sua volta fondata dai Greci sulla costa ionica della
Calabria nel 720 a.C. circa cioè quattro secoli dopo la guerra di
Troia. Ecco dunque ordita dal mito la trama che, ancora una volta,
mette al centro dell’attenzione le relazioni tra il mondo greco e la
nostra regione,parte integrante di quella Magna Grecia in cui
affondiamole nostre radici e della quale, brano a brano, gli
archeologi vanno recuperando le tracce lasciate in pace dal tempo,
dall’incuria e … dagli scavatori clandestini.
Sul Timpone della Motta di Francavilla Marittima, un paesino della
Sibaritide, da diversi decenni vanno avanti le indagini su una
stratificazione archeologica eccezionale nel panorama italiano:
almeno cinque secoli di storia si sovrappongono e definiscono i
contorni di una civiltà indigena piuttosto rara da rintracciare:
quella del popolo degli Enotri, ai quali si accompagnano senza
apparenti sovrapposizioni violente i coloni Greci. Di importanza
centrale nell’insediamento Enotrio doveva essere la cosiddetta “casa
delle tessitrici una grande abitazione risalente all’inizio dell’VIII
secolo a.C., all’interno della quale donne di status elevato e
riccamente abbigliate e ingioiellate tessevano attorno a un telaio
monumentale, del quale ci restano i grandi pesi di terracotta. Che
non si tratta di una dimora privata lo darebbe a pensare la
ricchezza degli ornamenti di bronzo rimasti sotterrati, quando la
casa venne spianata e sepolta, cioè in qualche modo
rispettata, al momento di costruirvi al di sopra il più antico
tempio conosciuto in Italia: un tempio ancora di legno all’interno
del quale, forse continuava il culto di una “dea della tessitura”
che in Grecia portava il nome di Atena e che forse era venerata
anche in terra italica. Di certo ad Atena è dedicato il tempio III,
un altro dei cinque
che sin dall’età arcaica vennero impiantati sull’acropoli del
Timpone della Motta, a costituire un’area santuariale imponente e
complessa, caratterizzata sin dalla sua fase più antica, che risale
agli anni intorno al 720 a.C., da donativi alla divinità che vi
veniva venerata piuttosto particolari: i fedeli vi portarono per
anni e anni centinaia di coppette e vasetti in miniatura per bere,
alcuni prodotti localmente altri d’importazione greca, a indicare
come il popolo indigeno convivesse pacificamente con i coloni che
erano subentrati a Sibari. Alla divinità cui il santuario era
dedicato, inoltre si portavano strane imitazioni in terracotta di
cesti e piccoli vasi portaoggetti; la compresenza con questi vasi,
di fusaiole, tenuta presente anche la più antica casa delle
tessitrici, lascia pensare che il contenuto di questi fasi fossero
bioccoli di lana non filata e profumi, comunque simboli di un mondo
prevalentemente femminile. Di un mondo legato, anche nella Grecia
propria, alla dea Atena, vergine e guerriera, la protettrice di
Epeios, colui giusto poco a nord di Sibari avrebbe dovuto fondare
una città e un tempio a lei dedicato. Al mito e al culto di Epeios
gli studiosi pensano da molti anni in riferimento al sito
archeologico di Francavilla, in particolare da quando nella
necropoli vicina al santuario venne scoperto il tumolo di Cerchio
Reale, con un complesso di 14 sepolture disposte attorno ad una
centrale che aveva la forma di una capanna e non conteneva
scheletri, ma molti utensili da lavoro. Che fosse la tomba del
mitico Epeios, l’artigiano portatore d’acqua, fedele alla promessa
fatta alla dea Atena e fondatore di Lagaria? Oltre alle suggestioni,
c’è ovviamente altro:
quanto più l’archeologia si pone a confronto della storia e del
mito, tanto più si dimostra l’attendibilità dei racconti degli
storici antichi e la verità storica celata dietro la maggioranza dei
miti greci, che furono mezzi di trasmissione di antiche conoscenze
piuttosto che racconti frutto di immaginazione, appartenenti a
società che si
affidavano ad un linguaggio simbolico i cui livelli di lettura, come
dimostra oggi la scienza archeologica, sono articolati e mai
casuali. I rinvenimenti nel santuario di vasi raffiguranti la
festosa processione per la donazione di coppette piene d’acqua alla
statua di Atena, al di là del significato di purezza insito
nell’acqua stessa (che doveva essere trasportata dal fiume ai piedi
della collina, dato che nelle vicinanze del santuario non c’erano
fonti), lega indissolubilmente la dea al personaggio di epeios,
tanto che la professoressa Marianne Kleibrink dell’Università di
Groningen, che, su concessione della Soprintendenza Archeologica
della Calabria, dagli anni 90 dirige le indagine sul sito, ritiene
che il tempio fosse dedicato sia alla dea sia all’artigiano.
La dedica del santuario sarebbe pertanto lo specchio di una
condizione in cui il culto Enotrio della tessitura era già stato
associato a quello greco dell’artigiano e forse dobbiamo guardare un
po’ più in là per capire davvero la dinamica dell’inserimento del
mito di Epeios. E’ noto la ricchezza dei corredi funerari entri -
sia quelli della Calabria che quelli della Basilicata - come
peculiari delle espressioni materiali di questo popolo fosse la
grande tecnica di lavorazione dei metalli alla quale, data la
vicinanza ai boschi del Pollino, doveva accompagnarsi anche la
sapienza della lavorazione del legno, i cui prodotti però sono
ovviamente stati cancellati dal tempo.
Rientrerebbe in una consuetudine greca l’assimilazione delle
migliore caratteristiche indigene alla propria mitologia, in modo da
fare proprio e radicare in una più nobile antichità consuetudini che
erano state fino ad allora peculiari di un altro popolo. In altre
parole, i Greci avrebbero innestato il mito di Epeios sul culto
della di una dea della tessitura Enotria che era facilmente
equiparabile alla loro Atena, trovando evidentemente un accordo in
tal senso con gli indigeni e conquistandosi così una fetta di spazio
religioso della propria patria in terra straniera.
Quanto abbiamo raccontato fin qui non rende giustizia della
ricchezza delle scoperte archeologiche e neppure del duro lavoro di
chi deve ogni giorno scontrasi con l’ormai cronica carenza di fondi
ma soprattutto con il lavoro parallelo, disturbante e distruttivo di
spregiudicati scavatori clandestini che trovano buoni mercati in
Italia e all’estero, distruggendo sistematicamente e svendendo il
patrimonio culturale della nostra Calabria. Francavilla però
rappresenta un unicum per certi aspetti:
pur essendo un piccolo comune, ha già programmato una serie di
iniziative serie e innovative per garantirsi la continuità delle
indagine archeologiche che, una volta tanto, vengono viste come
risorse e non palle al piede. Oltre a promuovere insieme alla
Soprintendenza, la creazione di un parco archeologico – che merita
di essere visitato anche in virtù di un innegabile plusvalore
paesaggistico - ha costituito un’associazione Onlus per creare la
Scuola Internazionale d’Archeologia “Lagaria” presieduta da Giuseppe
Altieri, che è anche Vice Sindaco e che ha attirato
all’associazione un comitato scientifico di tutto rispetto;
“Lagaria” avrà come scopo l’attività di divulgazione e di ricerca
archeologica sugli entri e già da quest’estate curerà l’ospitalità
per tutti i giovani studenti italiani e stranieri che vorranno
partecipare alle campagne di scavo sul Timpone della Motta.
Un’iniziativa che ci pare vada agevolata, anche perché si prospetta
nella direzione di una leale valorizzazione di un sito archeologico
che, seppure come è giusto deve aprirsi ad un’ottica di profitto
turistico, non per questo viene trattato come un mero “prodotto
turistico”, grande rischio che accomuna, di questi tempi, quanti si
trovano a gestire il patrimonio culturale nazionale, sia esso un
bronzo di Riace o un parco archeologico di un paesino di provincia.
UN RAGIONAMENTO SUL PARCO ARCHEOLOGICO DI FRANCAVILLA
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Nel 1879, durante
i lavori per la costruzione della strada statale SS 92, che
doveva collegare la costa Ionica al Pollino, nel territorio di
Francavilla emersero dei reperti che l’ispettore M.G. Gallo
collegò con l’antica città di Lagaria.
Successivamente negli anni trenta del novecento il dott. De
Santis “raccolse con amorevole cura ciò che i contadini del
tempo gli portavano o gli segnalavano.
Nel 1959 quando si costruì l’acquedotto dell’Eiano
nell’attraversamento del territorio di Francavilla ci furono
grandi ritrovamenti che per lo più andarono dispersi.
Solo dopo questo saccheggio di una ricchezza nascosta, ci fu una
piccola attenzione al territorio di Francavilla, con brevi
campagne di scavo, sempre redditizie, sotto la guida della
famosa Archeologa campana Paola Zancani Montuoro. |
Questa piccola
attenzione fu interrotta bruscamente nel 1969, quando diventò
predominante il “ritrovamento di Sibari”.
Negli anni successivi furono condotte brevi campagne di scavo, non
certamente con la continuità necessaria alla
valorizzazione di un sito unico nella sua specie, i cui risultati
furono sempre ottimi. Questi piccoli interventi servirono quantomeno
a fermare o arginare, il fenomeno dei cosiddetti “Tombaroli”, che in
quegli anni fecero enorme fortuna vendendo i reperti
saccheggiati, ai maggiori musei internazionali. All’inizio degli
anni 90 del secolo scorso,con l’intervento straordinario della Legge
64/86 si attuò il primo intervento progettuale in questa area.
Il riconoscimento va alla Comunità Montana Alto Ionio che puntò in
quegli anni, alla valorizzazione dei beni culturali.
Sono trascorsi altri anni, altri interventi furono effettuati per
rendere visitabile e fruibile un’area fortificata, che si eleva
maestosamente sulla pianura di Sibari, purtroppo, il Parco
archeologico di Francavilla, ancora non è aperto al pubblico.
Certamente, autorità della soprintendenza archeologica, studiosi,
appassionati d’archeologia, professori universitari, studenti
italiani e stranieri hanno studiato, scavato e pubblicato i loro
studi, o le loro tesi di laurea, ricevendo soddisfazione dal loro
impegno e dal loro lavoro.
Altri come i tombaroli, si sono arricchiti prendendo a piene mani
dall’immenso tesoro che si trovava nel sottosuolo francavillese.
A Sibari veniva realizzato il Museo Archeologico Nazionale della
Sibaritide. Il Ministero per i Beni e le attività Culturali -
Direzione Generale per i Beni Archeologici - Nell’Atlante
Archeologico, consultabile su internet, così descrive il Museo
Archeologico Nazionale della Sibaritide: “Il sito di Francavilla
Marittima da cui proviene la quasi totalità dei materiali conservati
nel museo è di fatto estremamente interessante in quanto uno dei più
importanti insediamenti indigeni (enotri) precoloniali, dalla vita
fiorente, con una ricca necropoli (loc. Macchiabate) che ha fornito
un gran numero di oggetti di bronzo di ornamento personale indossati
dai defunti, ed addirittura una coppa bronzea fenicia della prima
metà dell’VIII sec. a.C., testimone forse dei contatti tra quelle
genti (o forse, però, portata dai Greci). La brusca interruzione
della vita nel villaggio (loc. Timpone della Motta) e la distruzione
dello stesso intorno al 730 a.C. è quanto induce a credere che
l’arrivo dei coloni greci fondatori di Sibari abbia comportato la
riduzione dei locali in stato di servitù; e del resto rivelatrice in
tal senso risulta l’edificazione di un tempio ad Atena sui resti del
distrutto villaggio del Timpone della Motta. Tale santuario di
Atena, tra l’altro, più della città arcaica, di cui per le note
vicende non rimangono che poche tracce, è di fatto il principale
testimone sulla fase arcaica della presenza greca nella zona, ed ha
restituito la maggior parte del materiale di tal epoca riconducibile
a Sibari conservato nel Museo. Spiccano tra i materiali un ex-voto
in terracotta del VII sec. a.C. raffigurante una figura femminile
con veste riccamente ricamata su cui sono raffigurate scene
mitologiche; frammenti di ceramica fina d’importazione da vari
centri greci; numerosi vasi protocorinzi; bronzetti di guerriero e
fanciulla; una lamina bronzea da affissione del VI sec. a.C. recante
la dedica ex voto di un’edicola ad Atena da parte di "Kleombrotos
figlio di Dexilawos" vincitore ad Olimpia, come recita il testo”.
In molti, in modo diretto o di riflesso, hanno tratto benifizi,
dall’immensa ricchezza rappresentata dal sito di Macchiabate -
Timpone della Motta.
Solo la popolazione locale, non ha ricevuto ancora “un qualcosa” da
questo immenso tesoro.
L’apertura del Parco Archeologico, l’accoglienza di visitatori che
negli anni dovranno esser sempre più numerosi, li potrà solo in
parte ripagare del furto e dal danno subito da oltre 120 anni.
Francavilla, attrezzando l’area archeologica e rendendola
visitabile, potrà ritrovare nuova linfa per evitare l’abbandono e
l’oblio e così ricominciare a vivere. Ne abbiamo diritto. Lo
dobbiamo pretendere.
Oltre un secolo di affascinanti ricerche
Ecco
tornare alla luce case e templi di Lagaria
Necropoli, edifici sacri, palazzi e umili capanne; quella che emerge
dal sottosuolo a Francavilla è una sorta di Pompei della civiltà
indigena fiorente nell’Alto Jonio cosentino prima e dopo la
colonizzazione greca. Trova sorprendenti conferme il mito del
fondatore Epeo, leggendaria figura di eroe greco nella guerra
italica.
La prima notizia di ritrovamenti archeologici nella contrada di
Francavilla fu data da M.G. Gallo su un giornale di Castrovillari
«Il Calabrese» nell’edizione del 31 maggio 1879, che cita dei
ritrovamenti di bronzi e ceramica a Pietra Catania ed a Saladino in
seguito agli scavi fatti per la costruzione della strada
provinciale; già da allora, quindi, si era avuta una vaga coscienza
di una civiltà indigena sviluppatasi in questi luoghi e di una
possibile identificazione della mitica città di Epeo, Lagaria, ché
ancora oggi costituisce uno dei più interessanti interrogativi su
Francavilla. È però solo nel 1934 che le contrade Macchiabate,
Timpone dei Rossi, Timpone della Motta e Pietra Catania sono apparse
- negli atti della Soprintendenza come siti di notevole interesse
archeologico per la scoperta di tombe e di un insediamento greco
arcaico. Per circa un trentennio il dott. De Santis ed insieme a lui
l’ispettore onorario delle antichità di Cosenza D’Ippolito hanno
segnalato alla Sovrintendenza i continui e fortuiti ritrovamenti
avvenuti in questi luoghi. Ma solo negli anni ‘60-’61 la sig.ra
Paola Zancani Montuoro si era interessata alle scoperte occasionali
e fu proprio il I Convegno di studi sulla Magna Grecia nel 1961,
svoltosi a Taranto che mise in evidenza l’urgenza di scavi
sistematici a Francavilla Marittima, soprattutto per lo studio dei
rapporti tra la popolazione indigena ed il mondo coloniale greco.
Così nel 1963 la Sovrintendenza intraprese i lavori di scavo
affidandone la direzione alla Zancani Montuoro, che si occupò
dello scavo della necropoli dell’età del Ferro in contrada
Macchiabate, ed alle sue collaboratrici la dr. M.W. Stoop, che portò
alla luce i primi tre edifici sacri sul Timpone della Motta e
la dr. M. Maaskant-Kleibrink che scavò gli abitati greci di VI sec.,
a.C. sul pianoro Il.
Gli scavi si interruppero bruscamente nel 1969 e ripresero soltanto
nel 1982, dopo anni di incuria in cui imperversarono scavi
clandestini, problema che ancora oggi è attuale e preoccupante,
dovuto purtroppo ad una totale mancanza di sistemi di controllo e di
custodia del sito. In quegli anni si pro cedette soprattutto ad un
accertamento stratigrafico e cronologico degli edifici sacri sul
Timpone della Motta; nel 1986-’87 si scoprì poi una nuova stipe
votiva ed un quarto edificio. Dal 1991 opera sul lato sud
dell’acropoli e sui pianori I e III la missione olandese sotto la
direzione della dr. M. Maaskant-Kleibrink. Questi scavi sono pagati
dalla facoltà di Lettere di Groningen (Olanda) e da Archon, il
dipartimento archeologico del CNR olandese, il finanziamento durerà
però fino all’anno 2000, dopodiché se non si riusciranno a trovare
finanziamenti adeguati (che peraltro già l’ufficio di competenza
della Provincia ha stanziato a partire dal 1996) lo scavo e le
importanti ricerche iniziate non avranno modo di continuare in
maniera adeguata. Gli scavi di questi ultimi anni, grazie alla
tenacia della dr. Maaskant-Kleibrink, hanno portato a grandi
scoperte sulla civiltà indigena sviluppatasi a Francavilla prima e
dopo la colonizzazione greca e sulla stessa civiltà greco-coloniale.
Situazione archeologica
La necropoli di Macchiabate, scavata non completamente dalla Zancani
Montuoro negli anni Sessanta, è formata da quasi 200 sepolture, le
tombe sono dei tumuli di pietra di forma circolare od ellittica. I
tumuli non hanno muretto di contorno o fossa o delimitazione del
piano deposizione: il morto era deposto con le gambe ritratte su uno
strato di sabbia e vicino a lui era disposto il suo corredo funebre
composto da vario vasellame di ceramica ed oggetti in metallo,
generalmente bronzo, che facevano parte del vestiario del defunto
(bracciali, anelli, cinturoni, fibule ecc.) o armi se si trattava di
un uomo di rango elevato. Le tombe non avevano assi o impalcature di
legno e le pietre erano poste direttamente sul morto e sul suo
corredo. La deposizione inizia nell’età del Ferro ma ci sono due
categorie di tombe, la prima sono molto omogenee tra loro nella
tipologia del corredo e non presenta contatti con il mondo marittimo
del bacino del Mediterraneo, mentre la seconda categoria presenta
nel corredo tombale oggetti giunti via mare:
pisside sferica, sigilli, la famosa coppa fenicia. Questo testimonia
contatti con il mondo greco-orientale già nel periodo del geometrico
medio e recente ancora prima cioè del movimento coloniale greco che
portò alla fondazione di Sibari nel 708-707 a.C.. L’uso della
necropoli copre quindi dall’Vili fino al VI sec. a.C.. Sul Timpone
della Motta era invece localizzato un santuario che dominava per la
posizione geografica del colle, la piana di Sibari e la vallata del
Raganello; i templi del santuario erano quelli che oggi chiamiamo
edifici Il, III e v, i portici o edificio di servizio per pellegrini
e sacerdoti, indispensabili per ogni luogo di culto che fosse un
santuario, gli edifici I e IV. Il santuario ha avuto diverse fasi
cronologiche ed è proprio lo studio dell’edificio V, l’ultimo
scoperto
sulla Motta, ed ancora in fase di scavo che può chiarire la vita del
santuario, poiché gli edifici scoperti negli anni sessanta (I, Il e
III) hanno una stratigrafia confusa dovuta a sconvolgi-menti del
terreno in seguito all’utilizzo umano ed animale del terreno.
Secondo la Maaskant-Kleibrink tra la fine del IX e l’inizio
dell’Vili sec. a.C. fu costruito sullo stesso posto dove poi sorgerà
il V edificio un’altare all’aperto ed una capanna con un grande
telaio, che probabilmente era usato dalle sacerdotesse, per tessere
il peplo della dea. In questa capanna furono infatti trovati
fornelli di terracotta, grossi vasi d’impasto che contenevano
probabilmente la lana e due file di pesi di telaio con decorazione a
Labirinto su una lunghezza di 2,20 m, questo telaio era tenuto da
due pesi più grandi non decorati. Ciò fa quindi pensare ad una
capanna «funzionale» cioè veramente usata per la lavorazione della
lana e non solo dedicativa. Questo antichissimo luogo di culto ha
sicuramente un’impronta prettamente indigena e precoloniale, poiché
il materiale trovato nella cenere dell’altare e nella capanna è
composto da ceramica d’impasto, bronzi e ceramica geometrica di
fattura ed ispirazione locale. A questa prima fase, forse una delle
più antiche fasi culturali della Magna Grecia, seguì una costruzione
templare imponente degli edifici V, III e I dove l’alzato era
costruito con grumi d’argilla e paglia ed il tetto sorretto da pali
di legno infissi nella roccia appositamente tagliata, questa fase è
datata al VII sec. a.C.
La terza fase di costruzione vede l’edificazione degli edifici I,
III, IV e V, nonché del piccolo tempio Il con basamento in ciottoli
di fiume e mattoni crudi come alzato, cronologicamente con queste
costruzioni siamo nel VI sec. a.C. ed è in connessione con le case
coloniali dello stesso periodo ritrovate sui pia-non terrazzati
(probabilmente artificialmente) che circondano l’acropoli:
la casa dei Pesi e la casa della Cucina sul pianoro Il, la casa dei
Clandestini, la casa dell’Anfora e la casa dei Pithoi sul pianoro
III e la casa Aperta e la casa del Muro Grande sul pianoro I. E
proprio il tempietto Il che ha fornito il nome della dea greca
venerata nel santuario: una laminetta votiva di bronzo posta nel
tempio dell’atleta Kleombrotos per dedicare la decima della sua
vincita ai giochi olimpici alla dea ci dice che questa divinità era
Atena.
La dea indigena del telaio alla quale si dedicavano brocche e
scodelle di ceramica geometrica, anelli, fibule e fermatrecce di
bronzo, alla quale si tesseva il peplo su un telaio formato da pesi
decorati con il Labirinto diventa, dopo il contatto con le
popolazioni greche, la dea Atena, protettrice dei lavori femminili e
signora del Labirinto, come viene denominata nelle tabelle pilie,
nelle monete di Cnosso e nei vasi attici; una dea alla quale nel VII
sec. a.C. si dedicano servizi votivi formati da idrie e coppe a
filetti, o da pissidi, skyphoi, lekythoi, aryballoi ed alabastra
d’imitazione o d’importazione protocorinzia o corinzia.
L’identificazione della dea del telaio con Atena, il santuario
dedicato a questa divinità, la città di VI sec. a.C. e sotto le case
coloniali la scoperta di capanne enotrie di VIII sec. a.C. ha fatto
pensare all’identificazione di questo sito con la mitica città di
Lagaria, fondata dall’eroe greco Epeo, il costruttore del cavallo di
Troia, durante le sue peregrinazioni dopo la guerra iliaca, e che
Strabone nella sua Geografia dice trovarsi tra Thuri ed Eraclea:
l’eroe fondò infatti una città che prese il nome. di sua madre e vi
dedicò un tempio alla sua protettrice Atena, alla quale dedicò i
suoi arnesi. La divinità venerata sulla Motta, di cui abbiamo
splendide immagini in terracotta sia in posizione stante che seduta
sul trono con il peplo sulle gambe sarebbe dunque una dea egea ed il
suo culto già definito ed importante prima della colonizzazione
greca della fine dell’VIli sec. a.C. E proprio la stessa immagine
della dea si riferisce a situazioni che
richiamano l’epos omerico, come la dedicazione e l’offerta del peplo
alla divinità seduta in trono, che ricorda rituali che si svolgevano
durante la guerra di Troia e che quindi richiama all’esistenza di
una città fondata da un eroe acheo come Epeo.
L’affascinante ipotesi dell’identificazione del centro enotrio con
la città di un eroe greco della guerra iliaca mette in evidenza la
volontà di ammettere la nascita di un centro greco in epoca micenea,
molto spesso però nella Magna Grecia dietro queste leggendae di
fondazioni c’è una reale frequentazione micenea. Per quanto riguarda
il sito di Francavilla oltre alle prove sopradette ci sono le
recenti scoperte archeologiche di strati datati all’età del Bronzo
Medio e Recente sul pianoro I ed alla capanna del Bronzo Medio,
tagliata nella roccia al centro del V edificio che testimoniano la
presenza di una continuità abitati-va da tale periodo sino alla fase
coloniale, la presenza di ceramica italomicenea o di grey ware, che
si chiarirà meglio durante la campagna di studio del materiale, nel
1999, darebbe ancora più credito a questa identificazione.
Non solo ma la scoperta di una tomba principesca il cosiddetto
Cerchio Reale, non riutilizzato per deposizioni successive, forse
per il suo valore ideale, con un corredo adatto ad un falegname e di
datazione più antica rispetto alle altre tombe, potrebbe
rappresentare il cenotafio di un dio artigiano degli indigeni che i
primi greci hanno assimilato al loro eroe Epeo.
Il sito di Francavilla Marittima, quindi, nel quadro
dell’archeologia della Magna Grecia si inserisce come centro
indipendente da Sibari per la vita e la civiltà enotria sviluppatasi
in epoca precoloniale e per la sua ricchezza ed importanza come
centro culturale in epoca coloniale, a testimonianza di tali eventi
i materiali rinvenuti negli abitati e nel tempio: splendidi vasi di
ceramica geometrica con stili importati da altri distretti regionali
(stile a tenda) e stili elaborati localmente (stile a frange) che
suggeriscono come pensa la MaaskantKleibrink una precisa identità
culturale e di popolo, ceramica grecocorinzia sia d’importazione che
di fattura locale, ultimamente è stata scoperta una splendida coppa
Aetos 666 importata; essa rappresenta uno dei più antichi vasi greci
d’importazione poiché ha una datazione di VIII sec. a.C. scarabei ed
oggetti di faience di provenienza greco-orientale.
E impossibile non fare un accenno alle importanti scoperte della
campagna di scavo iniziata i primi di settembre e terminata oltre la
metà di ottobre ‘98: sul pianoro I, continuando lo scavo di due case
coloniali, la casa Aperta e la casa del Muro Grande, negli strati
più profondi sono stati scoperti situazioni abitative risalenti
all’età del Bronzo ed una capanna enotria di VIII sec. a.C. con una
pianta ben definita da buchi di palo e da un piano di calpestio da
cui è venuto alla luce una gran quantità di ceramica indigena e
soprattutto di forme complete decorate che possono far capire
l’intera evoluzione di questa classe ceramica sul Timpone della
Motta il tempio V ha evidenziato una pianta molto allungata, nella
tradizione dei più antichi templi greci ed al centro di questo, come
abbiamo già detto sopra, è stata scoperta una capanna del Medio
Bronzo.
Di conseguenza è importante garantire la possibilità di ricerca alla
missione olandese, che con l’importante guida della prof.ssa
Maaskant-Kleibrink sta lavorando da tanti anni a questo progetto.
Per saperne di più:
- Bald Romano I. «Early Greek Cult lmages and Cult Pratices», in
Marinatos N & Hagg R., Stoccolma, 1988.
- Cardarelli A., Peroni R, «Novità sull’età del Bronzo in Calabria»
in ASMG, XX,1980.
- Foti G. «Scavi a Francavilla Marittima. Le premesse di un
intervento sistematico ed iprimi risultati», in ASMG, VI-VII, 1966.
- Maaskant-Kleibrink M. «Religious activities on the Timpone della
Motta Francavilla Marittima — and the identffication of Lagaria» in
BABesch n.68.
- Maaskant Kleibrink M. «Abitato sull’altopiano meridionale della
Motta» in ASMG, XVIII-XX, 1977.
- Stoop M.W. «Note sugli scavi nel santuario di Atena sul Timpone
della Motta (Francavilla Marittima — Calabria)», 4, in BABesch n.
58, 1983. Zancani Montuoro P. «Necropoli di Macchiabate» in ASMG,
Xl-XII, 1972.
- Sangineto M., La Rocca A. «Francavilla Marittima. Profilo storico
archeologico ed aspetti ambientali e speleologici». Patroc. Amm.
Com. Francavilla M.ma 1997.
- Maaskant Kleibrink «Resoconti di scavo dal 1993 al 1997».
Groningen Institute of Archaeologie, 1993/97.
In primo piano: i resti del basamento di uno dei templi di Timpone
della Motta.
CALABRIA 27 OTTOBRE 1999 “RIVISTA DELLA REGIONE CALBRIA”
INTERVISTA di Mario De
Gaudio alla Prof.ssa Marianne Kleibrink Maaskant pubblicata
sulla rivista della Regione Calabria “Calabria” Ottobre 1999
 |
L’archeologa olandese Marianne Maaskant racconta le ultime
sorprendenti scoperte degli scavi di Francavilla Marittima.
Si svela nell’Alto Jonio il mistero della città d’Epeo.
Una città greca ma anche troiana, una polis nella quale
coesistevano pacificamente i popoli che s’erano combattuti nella
guerra di Troia: è una delle tante incredibili scoperte
effettuate negli scavi archeologici a Francavilla, sul litorale
jonico consentino. Stanno trovando conferma ipotesi
sensazionali, anche quella che vuole proprio qui la misteriosa
Lagaria, la città di Epeo, il mitico costruttore del cavallo di
Troia. Parla Marianne Maaskant e racconta — denunciando anche
difficoltà e incomprensioni — la sua avventurosa ricerca
archeologica tutta femminile.Durante lo scavo dal 1963 che si
cerca nella Sibaritide il nome d’una città arcaica, esattamente
in località Timpone della Motta nel territorio di Francavilla
Marittima.
Tre archeologhe, Paola Zancano, Maria W. Stoop e Marianne
Maaskant portarono in tre successioni, alla luce un luogo di
culto dedicato alla dea Athena. Di notevoli dimensioni, l’«Athenaion»
era circondato da case degradanti su terrazze affacciatesi sul
greto del ruscello Raganello, che convoglia le sue acque fino
alla foce dello Jonio.
Nelle adiacenze, ma a livello più basso, l’equipe femminile
rinvenne un’importante Necropoli con tombe a tumulo di pietre e
una lastra di bronzo offerta dall’olimpionico kleombotros alla
dea per la vittoria nelle gare di Olimpia. L’interesse salì alle
stelle. Purtroppo, per difficoltà economiche, gli scavi vennero
interrotti e ripresi nel 1982 della Maaskant con i suoi
assistenti e studenti. Marianne è ordinaria di archeologia
all’università olandese di Croningen. |
| La prof. ssa
Marianne Klebrink. |
Sfidando il caldo
dei mesi torridi di luglio e agosto, il gruppo rimase sull’acrocoro
con una temperatura fino a quarantacinque gradi. Assistenti e
studiosi avevano letto a fondo la «Storia» di Strabone e quella di
Licofrone, il primo vissuto nel ‘60 a.C., il secondo due secoli
prima. Entrambi scrissero del luogo sacro di Lagaria, patria di Epeo,
il costruttore del cavallo di Troia. I loro abitanti erano noti per
il lavoro di argilla e per l’intarsio del legno, le «pinakee»,
tavolette votive sportate nell’interland della Sibaritide.
Il legname proveniva dalla foresta di Macchiabate, ove, secondo
Licòfrone, sarebbe avvenuto l’incontro tra Epeo e Ulisse per mettere
a punto il cavallo, marchingegno della guerra contro Troia. Quanto
alla credibilità della storia, c’è sempre la suggestione del mito.
«Non corriamo con la fantasia, ammonisce Marianne, ma azzardiamo lo
stesso per via di toponimi e coincidenze, per dire sì al
ritrovamento di Lagaria, anche se altre località dell’Alto Jonio
rivendicano il sito del luogo sacro.
Cominciamo intanto con l’approfondimento della conoscenza del popolo
indigeno del territorio. Dapprima dagli Enotri, che vissero
sull’acrocoro nell’età del ferro e del bronzo. Studiamo anche i
rapporti di quella antica popolazione con i fondatori
dell’antica Sibari.
Cosa è venuto alla luce nella recente campagna di scavo?
Importanti oggetti databili dal nono all’ottavo secolo avanti
Cristo, quasi tutti ex voto e molti utensili domestici come pesi di
telaio, alcuni decorati con il motivo del labirinto, fuseruole,
ferma trecce, spiraline di bronzo, frammenti di ceramica decorata
con motivi geometrici e lo scorso anno due statuine di terracotta
della dea in domo.
In domo, vuole spiegarci meglio?
Domo ha il significato di casa che porta al culto della dea,
ricorrente nei pinakes e nei fregi dell’Athenaion. La dea porta il
peplo raccolto in grembo, come quella descritta dai due storici
Strabone e Licòfrone. L’effige era cara ad Ecuba, la moglie di
Priamo.
Un culto troiano in un insediamento di coloni greci?
Probabilmente sì. Frammenti di pinakes, provenienti dal Timpone
della Motta si trovano nel Museo di Paul Getty a
Malibu in California. Le dirò di più. Su alcune tavolette sfilano
carri di guerra con fregi troiani.
Come può spiegare questa presenza dardanica in un sito dominato
dalla diaspora ellenica?
Il culto di Athena apparteneva ad entrambi i popoli, anche se
sconcerta il richiamo alla devozione troiana. Ma è stata rinvenuta
anche un’immagine della dea in piedi, la cosiddetta Ellenia, una
variante che riguarda l’acconciatura dei capelli e degli indumenti,
che sono difformi.
Vuoi dire che a Timpone della Motta coesistevano pacificamente
greci e troiani, che si combatterono nella guerra di Troia?
«E probabile, ma siamo sempre nell’ipotesi, suggestiva di certo, che
bisogna di essere approfondita. Si cerca di sapere di più delle
presenze indigene. Di esse abbiamo testimonianza attraverso oggetti
di cui sono ricche le tombe di Macchiabate, il vasto cimitero
sottostante il Tempio. Al centro della necropoli, ove insieme alle
ossa furono rinvenuti monili e oggetti di culto, e i resti mortali
appartenenti forse alla sacerdotessa de l’Athenaion ».
Può suggerire a questo punto una conclusione, se pure tra realtà
e fantasia?
Oltre la scienza c’è l’immaginazione, l’istinto più che la
razionalità. I profughi della guerra troiana potrebbero essersi
integrati con gli Enotri. È’ bene ricordare che tutta l’area
archeologica è carica di toponimi delle due civiltà. Uno dei
calanchi che solcano il ventre di Timpone della Motta porta il nome
di Dardano, che, come vuole la leggenda, è stato il fondatore di
Troia.
Ed ora, che è scesa nuovamente in Calabria può dirmi del suo
programma di scavo del prossimo settembre?
Non è allettante. I fondi Europei non arrivano più, contiamo solo
sulle magre risorse della Provincia. Eppure ci sarebbe molto da
cercare.
Le altre capanne di abitazione attorno al Tempio e soprattutto
quelle sottostanti che si presume risalgono dall’ottavo al
quindicesimo secolo avanti Cristo.
Ma c’è sempre il problema della guardiania. Il parco archeologico è
stato ripulito dall’Amministrazione comunale di Francavilla, ma
dopo? Ora vorrei toccare un altro tasto, che mi mortifica. Non ho la
solidarietà di quelli che contano, «in loco». Ad esempio, la
direttrice del Museo di Sibari, Silvana Lupino volge altrove lo
sguardo verso gli scavi di Trebisacce. E' innamoramento o qualche
altra cosa?

Forse svelato il
mistero di Lagaria, la mitica città fondata da Epeo di
Franco Liguori
da Il serratore N° 76/20004 BIMESTRALE DI VITA, STORIA E
TRADIZIONI DI CORIGLIANO E LA SIBARITIDE
L’archeologa olandese Marianne Maaskant localizza sul Timpone della
Motta, nel comune di Francavilla Marittima, la mitica città di
Lagaria, dopo aver riscontrato una sorprendente coincidenza tra i
risultati della ricerca archeologica e le fonti letterarie antiche.
L’affascinante tesi illustrata e documentata in un recente studio
dal titolo: “Dalla lana all’acqua, culto e identità nell’Athenaion
di Lagaria”.
Epeo, figlio di l’anopeo prese parte alla spedizione contro Troia
alla testa di un contingente di trenta navi e si distinse
soprattutto nel pugilato durante i giochi funebri in onore di
Patroclo. Suo principale titolo di gloria è l’aver costruito il
cavallo di legno che servì a prendere Troia. Durante il suo ritorno,
Epeo approdò in Italia meridionale, dove fondò la città di Lagaria.
Qui consacrò alla dea Athena gli attrezzi con i quali aveva
fabbricato il cavallo di Troia:
questo è quanto si legge su Epeo in tutti i dizionari di mitologia
greca.
Ma perché ci occupiamo del leggendario eroe greco sopra citato? La
risposta è nel presente articolo.
Dopo quarant’anni di ricerche archeologiche condotte con alterne
vicende, nell’alto Jonio cosentino, sembra che si sia giunti
finalmente a identificare la misteriosa città di Lagaria, costruita
proprio dal mitico costruttore del cavallo di Troia sopra ricordato.
Il sito della celebre città fondata da Epeo nell’Italia meridionale
e ricordata da numerosi fonti letterarie antiche (Licofrone,
Stradone, Giustino, Valleio Patercolo, ecc..),si troverebbe nel
territorio dell’odierno comune di Francavilla Marittima, esattamente
in località “Timpone della Motta”, a circa 14 chilometri di distanza
dall’antica Sibari in direzione nordovest.
A questa conclusione è giunta, dopo lunghi anni di ricerche e di
studi oltre che di indagini archeologiche, l’archeologa olandese
Marianne Kleibrink Maaskant che noi de “il Serratore” siamo
andati a intervistare nella sua casa di Francavilla Mariitima dove
lei soggiorna quando scende in Calabria dall’Olanda, per scavare sul
sito del Timpone della Motta.
Con squisita cortesia e disponibilità, oltre che con evidente
entusiasmo, la professoressa Maaskant, attualmente titolare della
cattedra di. Archeologia dell’Università di Groningen (Olanda), ci
ha raccontato tutta la sua “storia personale” di appassionata e
tenace studiosa del sito archeologico di Francavilla Marittima, da
quando vi giunse la prima volta come “borsista”, agli inizi degli
anni Sessanta, al seguito della sua insegnante Maria W.Stoop,
collaboratrice di Paola Zancani Montuoro, alle più recenti ricerche
condotte dal 1991 ad oggi come direttrice della missione
archeologica dell’Università di Groningen, che l’hanno portata a
identificare il Timpone della Motta con Lagaria, la città enotria
fondata da Epeo.
La tesi dell’archeologa olandese è ora ampiamente illustrata e
documentata in un libro di 125 pagine pubblicato nel novembre 2003 e
ufficialmente presentato a cura dell’Amministrazione Comunale di
Francavilla Marittima lo scorso 9 dicembre, nel corso di una
riuscita manifestazione, alla quale hanno preso parte archeologi,
studiosi e uomini di cultura della Sibaritide, oltre che politici ed
amministratori locali e regionali.
Il libro in questione reca un titolo suggestivo ed emblematico:
Dalla lana all’acqua, culto e identità nell’Athenaion di Lagaria,
Francavilla Marittima.
Si tratta-a nostro avviso- di uno studio di straordinaria
importanza, che, oltre a ripercorrere l’affascinante storia degli
scavi e dei ritrovamenti nei siti di Timpone della Motta e di
Macchiabate, consente di fare il punto sull’annosa e di-battuta
questione dell’attribuzione del sito di Francavilla all’antica
Lagaria, il cui Athenaion, secondo la tradizione, avrebbe custodito
gli arnesi con i quali Epeo costruì il cavallo di Troia.
La storia degli scavi dagli anni ‘30 agli anni ‘80.
Prima di entrare nel merito delle argomentazioni che hanno portato
l’archeologa olandese all’identificazione di Francavilla Marittima
con Lagaria, ripercorriamo brevemente la storia dei ritrovamenti
archeologia in quel sito.
Già nei lontani anni Trenta del Novecento sono affiorati, in varie
località (Macchiabate,Timpone dei Rossi, Timpone della Motta),
avanzi di una cultura indigena protostorica, rappresentati
principalmente da corredi tombali, e resti notevoli di un
insediamento greco-arcaico. I reperti venuti alla luce in quel
periodo, quasi sempre frutto di scoperte casuali ad opera dei
contadini del luogo, furono raccolti con amorevole cura, per oltre
un trentennio, dal medico del paese,il dottor Agostino De Santis,
appassionato ed esperto di archeologia, ispettore onorario alle
antichità, lui stesso scopritore di un’importante tomba in contrada
Macchiabate, la cosiddetta “Tomba della strada”.
Nel 1961, nel corso del primo convegno di studi magnogreci a
Taranto, il grande archeologo Amedeo Maiuri, che era venuto a
conoscenza dei ritrovamenti di Francavilla e aveva fatto visita al
medico - archeologo Agostino De Santis, documentandosi di persona
sui preziosi reperti da lui collezionati, definiva Francavilla
Marittima “una delle mete più urgenti della ricerca archeologica
nella Sibaritide”, per lo studio dei rapporti tra popolazioni
indigene e coloni greci. Il tema di quel primo convegno tarantino
era: “Greci e Italici in Magna Grecia.
Da allora, grazie anche alle sollecitazioni del dott. Tanino De
Santis, figlio di Agostino e continuatore dell’opera del genitore a
favore della ricerca archeologica a Francavilla, i siti di
Macchiabate e di Timpone della Motta cominciarono finalmente ad
essere studiati e indagati con regolari campagne di scavo.
Nel 1963 la Soprintendenza archeologica della Calabria, in
collaborazione con la “Società Magna Grecia” (presieduta all’epoca
da Umberto Zanotti Bianco), intraprendeva i primi lavori di scavo a
Francavilla, affidandone la direzione a Paola Zancani Montuoro.
Dal ‘63 al ‘69 si svolsero annuali campagne di scavo, che la stessa
Zancani Montuoro ebbe a definire “brevi ma sempre fruttuose”. Con la
celebre archeologa italiana, collaborava l’olandese Maria W. Stoop e
la sua allieva Marianne Maaskant.
Sulla vetta del Timpone della Motta, isolato dai valloni Carnavale e
Dardanìa e dominante il torrente Raganello, fu individuata
l’acropoli di una città greca o ellenizzata e, in contrada
Macchiabate, la presenza di una necropoli indigena. Sull’acropoli
affiorarono i resti di tre edifici a pianta rettangolare (i
cosiddetti edifici I, II, III), facenti parte di un santuario
dedicato alla dea Athena, con testimonianze risalenti al periodo che
va dal VII sec. a.C. all’inizio del III sec. a.C. Tra i numerosi
oggetti rinvenuti, c’erano terrecotte raffiguranti Athena, migliaia
di piccole “hidriai”, frammenti di ceramica protocorinzia e
corinzia, una statuetta di stile dedalico, vari anellini d’argento e
di bronzo, grani di collana di pasta vitrea; tra i reperti del
periodo arcaico, di notevole importanza, una tabella di bronzo (cm
24x12) con un’iscrizione dedicatoria ad Athena da parte di un atleta
olimpionico di nome Kleombrotos, forse della vicina città greca di
Sibari.
Connessa alla vita dell’insediamento sul Timpone della Motta si
rivelò la necropoli protostorica di contrada Macchiabate, con
seppellimenti a tumulo di pietre fluviali, dei quali i più antichi
contenevano corredi della prima età del ferro, soprattutto
vascolari, grosse “olle”, attingitoi ed altri materiali, come
punte di lance in bronzo, alcune scuri, fibule ad arco, strumenti
musicali in bronzo e, addirittura, una coppa fenicia in bronzo
sbalzato, databile alla prima metà del secolo VIII a.C.
Tutti i reperti trovati sul Timpone della Motta e in loc.
Macchiabate costituiscono attualmente uno dei nuclei principali del
Museo della Sibaritide.
Nel 1969, con l’inizio degli scavi di Sibari, s’interrompono
bruscamente le indagini sui siti di Francavilla e inizia un periodo
di abbandono e di disinteresse per quell’area archeologica, del
quale approfitteranno gli scavatori clandestini che saccheggeranno
abbondantemente il Timpone della Motta e Macchiabate, asportandone
migliaia di preziosi reperti, che finiranno o in collezioni private
o in musei stranieri, come il “Getty Museum” di Malibu (Usa),la “Ny
Carlsberg Glyptotbek” di Copenaghen (Danimarca) o l’Istituto di
Archeologia classica dell’Università di Berna (Svizzera).
Nel 2002, grazie all’ottima riuscita del cosiddetto “Progetto
Francavilla-Berna-Malibu” attivato dal Ministero dei Beni culturali,
cinquemila reperti trafugati dal Timpone della Motta, sono stati
restituiti al Museo della Sibaritide ed arricchiscono oggi la
documentazione archeologica relativa a Francavilla Marittima.
Gli scavi regolari sono ripresi a Francavilla nel 1982-83, a cura
della Soprintendenza archeologica della Calabria. Sono stati
studiati più approfonditamente i tre edifici religiosi scoperti sul
Timpone della Motta negli anni Sessanta. Si è accertato che gli
edifici I e III hanno conosciuto una prima fase lignea, realizzata
tra la fine dell’VIlI e gli inizi del VII sec.a.C., indiziata dalla
presenza di buche di palo, scavate nella roccia, e che in una fase
successiva, databile intorno alla metà del VT sec. a.C.,le
costruzioni in legno furono sostituite da strutture con filari di
fondazioni in ciottoli di fiume, e venne, inoltre, costruito
l’edificio II.
Negli 1986-87, altre indagini condotte dalla Soprintendenza
archeologica calabrese sotto la direzione di Silvana Luppino, hanno
messo in luce un altro deposito votivo e una quarta struttura
(edificio IV), costruita intorno alla metà del IV secolo a.C. e
identificata come portico di servizio (“stoà”), annesso all’edificio
cultuaie.
La scoperta dell’Athenaion di Lagaria dal 1991 a indagare
sull’affascinante sito archeologico del Timpone della Motta è una
missione dell’Università di Groningen (Olanda), che opera in
concessione, sotto la direzione della prof.ssa Marianne Maaskant,
che a Francavilla è veramente “di casa”, essendovi venuta la prima
volta — come abbiamo ricordato all’inizio del presente articolo.
Nei primi anni Sessanta, al seguito della sua insegnante M.W. Stoop,
collaboratrice di Paola Zancani Montuoro, ed essendovi tornata molte
altre volte da allora, per ragioni di studio e di ricerca,ma anche
per gli intensi rapporti umani che sono nati tra lei e la gente di
Francavilla.
La Maaskant è coadiuvata nelle sue campagne di scavo da decine di
studenti di università italiane e straniere, tra le quali Roma,
Venezia, Bari, Bologna, Losanna, Berna, Cand, Berlino, Leiden e,
naturalmente, Croningen, dove lei insegna.
Gli scavi da lei condotti in questi ultimi anni, con grande passione
e ammirevole tenacia, hanno portato a grandi scoperte sulla civiltà
indigena sviluppatasi a Francavilla prima della colonizzazione
greca.
La scoperta più importante effettuata dall’archeologa olandese è
quella di un quinto edificio sul Timpone della Molta (il cosiddetto
“edificio V”), costruito interamente in legno intorno al 700 a.C. al
di sopra di due precedenti capanne enotrie, la prima del Bronzo
medio e l’altra dell’età del Ferro. Quest’ultimo edificio fu
ricostruito con fondazioni in pietra entro la prima metà del VI sec.
a.C. Secondo la Maaskant. tra la fine del IX e l’inizio dell’VIII
secolo a.C., sullo stesso posto dove poi sarà edificato l’edificio
V, era stato costruito un altare all’aperto ed una capanna con un
grande telaio, che probabilmente era usata dalle sacerdotesse per
tessere il peplo della dea Athena.
In questa capanna, chiamata suggestivamente dalla Maaskant casa
delle tessitrici”, sono stati trovati fornelli di terracotta, grossi
vasi d’impasto che contenevano probabilmente la lana e due file di
pesi da telaio con decorazioni “a labirinto” su una lunghezza di m.2,20.
Sia gli oggetti di bronzo trovati intorno al focolare della “casa
delle tessitrici”, sia le imponenti decorazioni “a meandri” e “a
labirinti” sui pesi da telaio fanno supporre, secondo l’archeologa
olandese, che sull’acropoli del Timpone della Motta, la lavorazione
della lana avesse un carattere sacrale e si effettuasse in funzione
del culto tributato ad una “dea del telaio” Enotria. Il culto della
dea è stato, poi, continuato — rileva la Maaskant nei templi di
legno costruiti alla fine del secolo VIII a.C. sopra le antiche case
di abitazione dei notabili enotri. Raffigurazioni risalenti _t
secoli VIII e VII. infatti, e un’iscrizione del VI sec. a.C. (quella
della tabella bronzea di Kleombrotos) provenienti dal santuario,
indicano inequivocabilmente che esso era dedicato ad Athena, dea che
aveva fra i suoi attributi il lavoro della tessitura,e alla quale si
usava offrire stoffe come doni votivi.
Dalla lana all’acqua: il culto di Athena
Il culto di Athena sul Timpone della Molta — argomenta la Maaskant
nel suo recente libro “Dalla lana all’acqua” - non era imperniato
soltanto sulla lana e sulla tessitura, ma si esprimeva anche con
l’uso cultuale dell’acqua.
Gli scavi sul Timpone della Motta, dove sorgeva il Tempio di Athena
(“Athenaion”), hanno portato alla luce migliaia di brocchette in
miniatura (“hydriskai”) sempre accompagnate da coppette anch’esse in
miniatura e coppe “a filetti”. Tra i doni votivi recuperati
figurano, oltre alle brocchette. “pyxides”, “aryballoi” e “pinakes”
in
terracotta raffiguranti l’immagine venerata della dea o donne in
atto di consacrare i doni.
La ripetitività del tipo di doni - fa notare la Maaskant - ci rivela
la natura del culto che si praticava nel santuario del Timpone della
Motta: un culto incentrato sull’offerta di acqua.
Tutto fa pensare, secondo l’archeologa olandese che i devoti
avessero l’abitudine di venire sull’Athenaion con “hydriskai” piene
d’acqua, per versarla in onore della dea Athena. Lo facevano nella
speranza di ricevere dalla dea Athena lo stesso aiuto che aveva
prestato ad Epeo, costruttore del cavallo di Troia e più tardi
fondatore di
Lagaria.
Un reperto che testimonia in maniera emblematica il culto dell’acqua
praticato nel santuario di Athena a Francavilla, è la cosiddetta
“pisside del Canton Ticino” (così chiamata perché il “pezzo”,
trovato sul Timpone della Molta, è finito clandestinamente in
Svizzera, acquistato da un dentista del Canton Ticino), che
raffigura una scena di processione festosa:
una fila di uomini armati è aperta da un suonatore di lira, ed una
fila di donne raggiunge una dea in trono. La capofila porta una
“hydria” e si capisce che sta per versare acqua in una coppetta
tenuta sollevata dalla dea (vedi figura a corredo del presente
articolo).
Si tratta, secondo la Maaskant, di una scena dipinta in stile
sub-geometrico dell’Italia meridionale intorno al 700 a.C., che ci
fa vedere come venivano usate le migliaia di “hidryskai” e coppette
trovate sul Timpone della Motta. Il rituale prevedeva
probabilmente che i devoti, dopo aver versato l’acqua in coppette
consacrate alla dea. abbandonassero nei pressi del santa rio le loro
“hydriskai”, che altro non erano che riproduzioni in miniatura della
“hydria”, il tipico vaso greco usato come recipiente per l’acqua,con
due anse orizzontali sul ventre e un lungo manico verticale lungo il
collo.
Stesicoro racconta di Epeo “portatore d’acqua”.
Nell’ultima parte del suo saggio “Dalla lana all’acqua” la Maaskant
osserva che “è evidente che per il culto nel santuario di Athena
erano necessarie in primo luogo brocchette per l’acqua e recipienti
per bere”. Volendosi spiegare il “perché” di tutto questo,
l’archeologa olandese fa un attento esame delle fonti letterarie
relative al culto di Athena e trova che in nessuno dei luoghi dove
esso fu praticato ,da Atene a Samo, da Argo a Locri Epizefirii,
anche se connesso spesso con l’acqua, non risulta mai così
strettamente combinato,come avviene nel santuario del Timpone della
Motta, con recipienti destinati a contenere l’acqua per bere.
“C’è una sola tradizione letteraria” — rileva con evidente
soddisfazione la studiosa olandese - “che si possa mettere in
relazione con la presenza dell’acqua nel culto di questo santuario”,
cioè nell’Athenaion di Francavilla. Marittima. Si tratta di un
frammento di un carme del poeta siccliota Stesicoro di Imera,
trasmessoci da un’altra fonte, in cui si legge:
Nel santuario di Apollo a Kart hai si trova trascritto il mito del
ciclo troia— no in cui si racconta che Fpeios portava acqua per gli
Atridi, come racconta Stesicoro. La figlia di Zeus (Atena) fu mossa
a compassione per lui, perché veniva sempre obbligato a portare
l’acqua per questi re.
Stesicoro, vissuto in Sicilia dal 632 al 556 a.C., autore dei poemi
“La caduta di Troia” e “i ritorni”, è fonte quasi contemporanea al
culto che si praticava con l’acqua sull’Athenaion del Timpone della
Molta. Nel frammento sopra riportato egli descrive Epeo come
l’idroforo (“portatore d’acqua”) di Agamennone e Menelao, un ruolo
servile per quest’uomo che, più tardi, avrebbe costruito il cavallo
di legno che permise la presa di Troia e che avrebbe poi fondato,
nell’Italia meridionale, la città di Lagaria.
Secondo la Maaskant, Stesicoro deve aver dato un grande rilievo
all’aiuto e alla protezione che gli assicurava Athena, in cambio dei
servizi che aveva prestato durante la guerra di Troia, restando
sempre disponibile per trasportare acqua per i sovrani greci.
L’esistenza di un culto espresso con l’acqua sull’Athenaion
(portando acqua ad Athena se ne otteneva la protezione), induce a
supporre, secondo l’archeologa olandese, che i devoti avessero
ricavato dalle informazioni sul loro leggendario fondatore (Epeios).
La citta’ di Lagaria, nelle fonti letterarie, oltre al culto che ad
esprimersi con l’acqua, ha altre ragioni - conclude la Maaskant -
inducono a pensare che l’Athenaion sull’acropoli del Timpone della
Motta fosse il santuario di Epeios ed Athena. Strabone, geografo e
storico greco vissuto a Roma sotto Augusto, così scrive nella
sua “Geografia”:
Dopo Thurioi abbiamo Lagaria, città fortificata fondata da Epeios e
da abitanti della Focide...
Licofrone, poeta tragico greco del III sec. a.C.. nella tragedia
Alessandra racconta che Cassandra, la profetessa troiana, aveva
preannunciato che Epeios avrebbe fondato Lagaria e avrebbe lasciato
come dono votivo i suoi utensili in un santuario di Athena sulla
costa ionica.
Un’altra fonte letteraria, lo Pseudo-Aristotele,colloca la leggenda
di Epeo nelle vicinanze di Metaponto, ma non c’è dubbio, ad avviso
della Maaskant, che i culti di Athena a Metaponto e a Siris, fossero
strettamente collegati con quello di Lagaria.
Considerato che i navigatori greci hanno sempre visto il mondo come
incluso nell’orizzonte della civiltà ellenica, mettendo i popoli del
Mediterraneo in relazione con i viaggi dei loro eroi, è molto
probabile, ad avviso della Maaskant, che gli immigrati greci abbiano
collegato il mito di Epeios con l’Enotria centrale, perché mossi
dalla loro ammirazione per le abilità artigianali degli Enotri.
Il mito di Epeios - conclude la Maaskant - “s’inquadra in modo
sorprendente in una zona in cui si è trovata una gran quantità di
manufatti in bronzo, e nella quale si può pensare che la lavorazione
del legno fosse molto sviluppata,date le utensilerie portate alla
luce dalla Zancani Montuoro e la presenza dei folti boschi del
Pollino poco lontano dal sito”:
Gli abitanti di Lagaria - argomenta la Maaskant, in conclusione - si
sono identificati per devozione con Epeo e hanno fatto proprio il
suo ruolo, riproducendolo nel rito di portare acqua sulla cima dell’Athenaion.
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Fig 2 “Pisside
del Canton Ticino” con raffigurazione di una scena di culto con
processione di donne (proveniente dal Timpone della Motta). |
Sopra in alto
Fig 1 Ricostruzione dell’Athenaion di Lagaria, sul Timpone della
Motta, a Francavilla Marittima.
A destra fig. 3
Ritrovamento presso il sito Timpone della Motta
Hydriskai” appartenenti al Tempio V (seconda metà VII sec. a.C.).
Figura n.4
in basso a sinistra
“Pyxides” e “kalathiskoi” in miniatura provenienti dal Tempio V,
databili al VII sec.a.C. |
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Fig. 5 Coppa
fenicia sbalzata in bronzo (150 a.C.) trovata nella necropoli di
Macchiabate e conservata nel Museo Nazionale della Sibaritide, a
Sibari. |
Fig. 6
Statuetta femminile in terracotta (c.d. Dama di Sibari), da
Francavilla Marittima(terzo quarto del VII sec. a.C.). |
Fonti
P. Zancani Montuoro, Necropoli di Macchiabate, in “Atti e Memorie
Società Magna Grecia” 1970-71, pp.9-36
MW. Stoop. Santuario di Athena sul Timpone della Motta, in “Atti e
Memorie Società Magna Grecia” 1970-71, pp. 37-66
P. Zancani Montuoro - M.W. Stoop - M. Maaskant, Francavilla
Marittima, in “Atti e Memorie Società Magna Grecia” 1974-76, pp.
9-174
M. Maaskant Kleibrink, Enotri, Greci e i primi culti nell’Athenaion
a Francavilla Marittima, in “Magna Grecia” 1-2/2000
M. Maaskant Kleibrink, Dalla lana all’acqua, culto e identità nell’Athenaion
di Lagaria, Rossano 2003
GLI INTERVENTI SULL’AREA INTERESSATA AL PARCO ARCHEOLOGICO
L’area
archeologica di Francavilla Marittima è stata oggetto negli ultimi
anni di tre interventi:
1) Il primo intervento è stato realizzato, dalla Comunità Montana
Alto Jonio, con la legge 64/86
per un importo complessivo di €
472.000,00.
Con questo intervento si è provveduto a) all’esproprio dell’area
oggetto di occupazione temporanea per poter effettuare campagne di
scavi; b)al rifacimento di un fabbricato esistente da adibire ad
antiquarium; c) alla realizzazione di un percorso per raggiungere
l’area dei templi.
2) Il secondo intervento è stato realizzato dal Comune di
Francavilla Marittima, con il
Programma Operativo Multiregionale Turismo
Sottoprogramma I Misura 3
"Itinerari Culturali
Interregionali - Magna Grecia"
Per un importo complessivo di €.
555.620,00.
Con questo intervento sono stati
realizzati:
a) La recinzione di tutta l’area Archeologica;
b) La realizzazione di un area a "Punto di Ristoro";
c) la sistemazione di un area a "Parcheggio";
d) l’ illuminazione dell’area Parco;
e) percorsi interni.
3) Il terzo intervento è stato
realizzato con finanziamento del Parco del Pollino
riguardante esclusivamente la riqualificazione e la messa in
sicurezza dell’antiquarium.
Importo complessivo di circa €.
75.000,00
Si è provveduto:
a) al rifacimento dell’impianto elettrico; b) alla sostituzione
delle porte interne
con nuove in legno naturale
non trattato;
c) al ripristino degli infissi e la sostituzione dei vetri normali
con quelli stratificati antinfortunistici termici;
d) sistema d’allarme;
e) all’arredamento della esposizione e della sala congressi.
NUOVO E CONCLUSIVO INTERVENTO
Con il nuovo progetto inserito nel
PIT Alto Ionio per un importo complessivo di €. 363.119 si
vuole intervenire su tutte e tre le aree del parco, per rendere
fruibile e visitabile il parco.
Gli interventi proposti
Realizzazione di una passerella
pedonale in legno per l’attraversamento del canale di Dardania.
Recupero delle opere già realizzate e che trovasi in stato di
degrado:recinzione, staccionata in legno, parcheggio, impianto di
ristoro, viabilità interna.
Antiquarium:
a) costruzione di una capanna Enotria tipica, in legno;
b) realizzare dei labirinti in pistacia riproducendo i temi
ritrovati sui pesi da telaio in modo creare dei punti di attrazione
e di gioco per visitatori sia adulti che bambini.
Necropoli:
ricostruzione della tomba denominata "DELLA STRADA", a ridosso dello
scavo dell’area di Macchiabbate.
Acropoli:
COSTRUZIONE di in piccolo PODIO per consentire
la visione globale dell’area dei templi; riempimento di buche, che
rappresentano gli alloggiamenti delle colonne antiche, diversamente
colorate,allo scopo di visualizzare in modo perfetto anche dall’alto
le varie piante dei templi di legno.
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